"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
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27 febbraio 2008

Inquinamento a Montecchio: l'Amministrazione che fa?

I risultati della campagna di monitoraggio sulla qualità dell’aria, effettuata da ARPA nel gennaio scorso, riportano dati che noi riteniamo molto negativi sulla situazione dell’inquinamento atmosferico presente a Montecchio.
La centralina mobile che ha stazionato per circa un mese nella zona del palazzetto dello sport, ha messo in evidenza che nel corso del periodo di riferimento il livello di Micro Polveri PM10 ha superato la soglia massima consentita per legge 10 volte.
Per valutare questo dato va tenuto in considerazione che i valori limite sono definiti da un decreto-legge del 2002; tale decreto fissa i limiti accettabili di PM 10 in atmosfera; Il valore limite di 50 µg/m³ (valore medio misurato nell'arco di 24 ore) non può essere superato più di 35 volte/anno.
Dunque, in un solo mese, benché sia quello più critico anche per le condizioni atmosferiche, a Montecchio è stata superata la soglia consentita per il 30% della quota annuale. Tutto ciò è indubbiamente allarmante per la salute dei cittadini e soprattutto delle fasce più deboli come bambini e anziani.
Rifondazione Comunista in passato ha più volte posto all’attenzione dell’Amministrazione la necessità di monitorare il livello d’inquinamento presente sul territorio comunale e aveva chiesto l’installazione di una centralina fissa per il rilevamento della qualità dell’aria. Purtroppo tale richiesta è stata sempre rigettata dall’amministrazione.
La questione ambientale riveste per Rifondazione Comunista e per tutta la Sinistra Arcobaleno una posizione centrale sul piano dell’intervento politico, perché una migliore qualità della vita passa in modo imprescindibile dalla qualità dell’ambiente in cui si vive e si lavora. Qualità ambientale, qualità urbanistica e qualità lavorativa; tutto è legato indissolubilmente in un unico ciclo e ogni intervento deve tenere presente prima di tutto le future generazioni e l’eredità che vogliamo lasciare.
È per questo che Rifondazione presenterà nei prossimi giorni un’interpellanza per chiedere all’Amministrazione comunale cosa intenda fare affinché non solo gli agenti inquinanti rimangano al di sotto dei limiti previsti dalla legge, ma che inizi un processo virtuoso che vada a migliorare la condizione ambientale generale del paese.


>> Campagna di rilevamento della qualità dell’aria - Comune di Montecchio Emilia

26 febbraio 2008

Bertinotti: campagna elettorale gentile? Loro però puntano ad annientarci... (*)

(*) di Anubi D'Avossa Lussurgiu - da Liberazione del 26/2/2008

Cielo grigio su... Sembra davvero il clima evocato dalla lontana canzone dei Dik Dik. Il clima che incombeva fisicamente domenica su Reggio Emilia, dove Fausto Bertinotti ha svolto la sua prima, affollata iniziativa fuori dalle mura di Roma come candidato premier della Sinistra Arcobaleno. E il clima, mediatico prima ancora che politico, che incombe su questa campagna elettorale: che Bertinotti ieri ha denunciato in televisione, ospite di Ritanna Armeni e di Lanfranco Pace ad "Otto e 1/2" su La7 .
Grigio cielo della teoria, diceva anche Rosa Luxemburg: ma qui non si tratta di teoria, sono i mutismi dei "due pilastri" Pd e Pdl. Silenzi speculari. Che si esercitano sul panorama della crisi di società, vissuta ogni giorno in Italia. Si sognava California negli anni 60 per fuggire dal conformismo conservatore. Adesso invece è il rinnovato conformarsi dei due grandi blocchi politici ad un pensiero unico, che invoca il "sogno americano". Peccato che sia nel caso del George W. Bush «caro amico» di Berlusconi sia in quello della versione "adattata" di Barack Obama interpretata da Veltroni, si tratti di un'America irreale. Se là c'è la novità dei temi sociali che battono sulle primarie presidenziali, qui il conflitto sociale viene rimosso.
I colori però ci sono, sotto questa cappa plumbea. Sono a colori i volti delle lavoratrici e dei lavoratori, immigrati e nativi, menomati quando non uccisi - come accade tanto spesso - dal lavoro in nero e dalla violazione dei diritti; dallo sfruttamento che si manifesta in pressioni insopportabili su ritmi e sulla qualità stessa del lavoro. Sono a colori quei volti, cui Daniele Segre restituisce voce in "Morire di lavoro". Che è il film col quale Bertinotti, a Reggio Emilia, in una sala d'un centro congressi piena di gente che sognava California quarant'anni fa e di tanta altra che allora era lontana dal nascere, ha inaugurato la sua campagna in giro per l'Italia. Un modo già questo controcorrente. Non la pubblicità, ma il cinema. Non gli spot suggestivi proiettati sui fondali digitali dei comizi da piazza mediatica: ma ragionamenti ad alta voce, discorsi politici, che poi fanno largo alla parola diretta dei soggetti che si vuole rappresentare. Alla verità delle loro esistenze, raccolta dal cinema mentre è taciuta dalle classi dirigenti.
Diventa grigio anche il lavoro, quando si tenta di blandirlo senza nominarne la liberazione necessaria. E' un sindacalista come Tiziano Rinaldini - con il fratello Gianni segretario generale della Fiom confuso nel pubblico in un discrezione sciolta solo alla fine nell'abbraccio con Bertinotti - ad avvertire in premessa che il lavoro, sì, «è tornato di moda»: con candidature sullo sfondo di tragedie omicide quale quella della Thyssen Krupp, con «promesse» e con «tanta comprensione» enunciata a piene mani. Ma il punto è «prendersi la responsabilità di affrontare oppure no la realtà del conflitto sociale». Qual è la risposta del Partito democratico si sa bene.
A Reggio Emilia, domenica, Bertinotti registra che appena gli è giunta una critica, Veltroni ha reso «meno gentile» la campagna elettorale, verso sinistra. Il leader del Pd ha contrapposto il 2008 al 1953. Per usare poi la definizione di «marziano». Epiteto rivolto a chi - all'unisono con Berlusconi - si vuole escludere da quella democraticissima formula: «voto utile».
Alle provocazioni Bertinotti risponde con due registri. Con quello apparentemente leggero della satira di Altan: alla platea reggiana il candidato premier della Sinistra Arcobaleno ricorda quella vignetta degli anni 80, nella quale un compagno diceva a Cipputi «vedi, la lotta di classe non c'è più»; e lui rispondeva «spiegalo al padrone». Poi, c'è il registro immediatamente serio: che tramite la memoria richiama alla coscienza, all'onestà intellettuale. Così «se nel '53 era Marcinelle, oggi è la Thyssen Krupp». Dal ricordo dell'ecatombe mineraria di Marcinelle, anzi dal ricordo d'uno dei superstiti incontrato decenni dopo, Bertinotti trae una frase che vorrebbe si traslasse in «parola d'ordine martellante» nella campagna elettorale: «Vuoi sapere perché sono morti? Sono morti perché il carbone allora valeva più della vita umana». Ed è lo spunto per sviscerare l'oggi: quando quell'insegnamento vale per il prevalere d'ogni merce sul valore della vita. E tanto più dal momento che «il capitalismo mette ormai all'opera non solo le mani, ma anche i corpi e le menti e con una metafora riassuntiva l'anima delle persone».
Allora, affonda Bertinotti sull'attualità elettorale, a contare nelle proposte d'una politica in crisi è la verità del rispettivo approccio ai «rapporti sociali». A quelli che «una volta» si definivano «rapporti di potere tra le classi». Ed è «per stabilizzare questi», avverte, che «bisogna che la sinistra non esista come tale nel panorama politico». Ciò che si propone con una «competizione elettorale ridotta a due in maniera coatta». Ed è di converso perciò che «fare vincere, far affermare un soggetto politico rinnovato della sinistra qual è la Sinistra Arcobaleno è davvero una sfida decisiva per il futuro del Paese».
Vale, questo appello a riappropriarsi d'un «canale nelle istituzioni», per il lavoro dipendente "formale" come e tanto più vale per «il precariato». Ma vale per il lavoro tout court come in generale per «le istanze, i conflitti e le lotte che sono presenti nella società civile». Perché sinistra è continuità di «una scelta di parte», come recita il primo slogan scelto dall'Arcobaleno. Ma questa parte è plurale, multiforme, differente all'interno dello stesso impulso alla «liberazione». Che è «liberazione del e dal lavoro salariato». E', al pari, «liberazione della natura e del pianeta dalla logica cieca dello sviluppo capitalistico». E, ancora e infine, è «liberazione della persona, delle persone»: dall'«alienazione» di questo «dominio della merce» così come della «risposta speculare e altrettanto alienatrice», quella del «fondamentalismo» religioso. Lo stesso che minaccia la «laicità dello Stato» come «garanzia della libertà di scelta».
Appunto: l' imprinting alla campagna elettorale bertinottiana, dato da Reggio Emilia domenica, è nel "tenere insieme" questa pluralità di spinte liberatrici, più ancora che di sigle partitiche. L'unità è una novità necessaria per quelle, anzitutto. E tanto più che, come Bertinotti torna a battere ad "Otto e 1/2" e prima ancora allo Speciale Tg1 , la pressione per «il voto utile» è «il grande imbroglio». Cui il Pd concorre. Più centro che sinistra, il partito di centrosinistra fa l'autodafé della sinistra.
Per non rispondere, magari, a semplici verità come quella ripetuta da Bertinotti ieri sera: che se oggi ci fosse - «pur senza chiamiarlo scala mobile» - un «meccanismo di adeguamento dei salari all'inflazione reale», realizzato annualmente e stabilito di volta in volta (per smentire l'alibi del rischio d'inflazione che verrebbe da una "attesa" alimentata di continuo), adesso «anche i prezzi sarebbero più controllati».
All'inverso si finisce per minacciare l'autonomia del sindacato. Quella che Di Vittorio indicava: «Dai padroni, dal governo e dai partiti». Mentre ora la «conquista dell'autonomia» ridiventa, con «un Pd che mostra una propensione avvolgente», un «problema». In primo luogo della Cgil, che nel Pd «rischia l'arruolamento».
Con la realtà del capitalismo, anche la «coalizione autonoma delle lavoratrici e dei lavoratori» deve scomparire nel grigio del «duopolio». Anche per questo ci vogliono i colori dell'Arcobaleno. A tinte forti, magari.

19 febbraio 2008

Sì, Walter sta facendo la rivoluzione. Dinastica (*)

(*) di Anubi D'Avossa Lussurgiu - da Liberazione del 19/2/2008

Dobbiamo riconoscerlo: siamo stati faziosi e miopi. Abbiamo puntato l'indice contro il veltronismo, argomentando che sposava l'ideologia capitalista della crescita e dello sviluppo. Ma non si possono distorcere in questo modo le posizioni dell'avversario - pardon , del competitor . Negare le novità e perciò travisarle. Ammettiamo ciò che è vero: veltronismo e Piddì non sono affatto neo-capitalisti, tanto meno neo-liberisti. No: hanno tutt'altri orizzonti, addirittura un cambio di sistema.
Lo si vede fin dalle candidature: come si può essere tanto prevenuti da non osservarlo? Matteo Colaninno, annunciato capolista nel Nord da Veltroni in persona, sabato all'assemblea costituente. Martina Mondadori, insistentemente indicata come altra papabile candidata. Rosella Sensi, sulla cui scelta di correre col Pd a Roma addirittura i boatos sono un clamore di folla - e di curva. E ancora, probabile, benché Maria Laura Rodotà abbia scritto sul Corsera di non volerci credere ( noblesse oblige ...), Alessandro Benetton.
Ecco: come nella parabola dei Vangeli, siamo tanto accecati da vedere la pagliuzza ma non la trave. Siamo insorti di fronte all'accostamento, nelle liste democratiche, di Colaninno Jr con l'operaio sopravvissuto al rogo della Thyssen Krupp torinese. E persino Bertinotti se n'è uscito con la battuta: «Ce n'è uno di troppo». Senza avvedersi dell'innovazione dirompente, anzi del balzo di tigre nel passato pur così spesso evocato dalla passione bertinottiana per Benjamin (che si chiamava Walter, pure lui).
Tutti a guardare l'appartenenza di classe. E nessuno a notare ciò che davvero accomuna quei cognomi: Colaninno junior ; Mondadori junior ; Sensi junior ; Benetton junior . Non si tratta del solo "salto" generazionale. Qui si va proprio di padri (e che padri!) in figli. Si tratta d'uno straordinario recupero della contemporaneità del non contemporaneo. Una geniale riaffermazione niente di meno che della discendenza dinastica, insomma del diritto di sangue.
E' una mossa di coraggio che spiazza la concorrenza. Fa impallidire d'un colpo pur straordinarie "tradizioni inventate" come la Padania leghista, il moderatismo berlusconiano, la destra democratica finiana o l'ultima, l'ateismo devoto ferrariano. Qui non s'inventa niente, si recuperano tradizioni autentiche per innestarle sulla modernità. Roba mica da nulla, non come la facile cesura con le rivoluzioni del Novecento, o al massimo con l'89 francese: qui si archivia pure quella inglese. Altro che liberismo, o liberalismo! Capitalismo, vabbe': ma anche feudalesimo.
Certo, ci sarebbe quel piccolo inconveniente d'aver posto in cima ai valori inalberati il «merito». Ma l'equivoco è evidente. L'ha chiarito ieri Luca Cordero di Montezemolo alias Montez: il quale ha smentito sdegnato che la sua Confindustria candidi «qualcuno», ma ha salutato come «positivo e utile» che «ci sono imprenditori che in tutti gli schieramenti portano in Parlamento la cultura d'impresa». Se ne sentiva la mancanza, in effetti. Ed è un merito far sì che ora ad effettuare il trasporto ci sia Berlusconi ma anche Veltroni. Con un valore aggiunto: aver riscoperto il merito d'essere figli di.

15 febbraio 2008

L'aborto è di Stato (*)

(*) di Ida Dominijanni - da il Manifesto del 15/2/2008

C'è fra lo Stato moderno e le donne un'antica inimicizia, fatta di esclusione da una parte e di estraneità dall'altra, che la costruzione della cittadinanza non è mai riuscita a sanare del tutto ma solo a lenire। La legge italiana numero 194 è stata una tappa cruciale di questo lenimento: siglando, fra donne e Stato, non la pace ma un armistizio. La procura di Napoli che ha ordinato il blitz del Policlinico, i poliziotti che l'hanno eseguito con zelo in eccesso, i politici che lo approvano, lo sdrammatizzano o lo spoliticizzano, i predicatori che lo cavalcano per testare (scusate la volgarità della citazione letterale) la grandezza dei propri genitali, devono sapere che hanno rotto questo armistizio e assumersene, da adulti e non da bambini, da padri e non da figli in perenne rivolta edipica contro le madri e contro la Madre, le dovute responsabilità.
Da oggi sul tappeto non c'è solo la questione dell'aborto, o la difesa della 194. E sbaglierebbero anche le donne se si lasciassero prendere nella trappola strumentale di questo perimetro. La questione sul tappeto è quella dello Stato costituzionale di diritto. Quello che garantisce - o dovrebbe - che le leggi siano applicate correttamente e non in un clima di emergenza permanente, quello che stabilisce - o dovrebbe - procedure giudiziarie corrette, quello che ci tutela - o dovrebbe- dagli abusi delle forze dell'ordine, quello che difende - o dovrebbe - il rapporto fra medico e paziente da aggressioni e interferenze indebite. Prima di discutere dell'aborto si discuta di questo: a quando un'ispezione nella procura di Napoli? Da quando una telefonata anonima è quanto basta per ordinare un blitz? L'infermiere anonimo verrà gratificato con un encomio allo zelo pro-life? Noi comuni mortali dovremo munirci di avvocato prima di entrare in una sala operatoria? E i medici, prima di fare una disgnosi fetale, dovranno dare un'occhiata ai giornali per vedere che aria tira?
Non è la prima volta e non sarà l'ultima che l'aborto si fa segno di più generali questioni: proprio perché l'aborto, al contrario di quanto sostiene la scellerata campagna sulla sua «faciloneria», si colloca su un delicato crinale, fra coercizione e libertà, fra garanzie collettive e decisione individuale, fra specie e singolarità। Bombardare questo delicato crinale a colpi di cannone significa bombardare, con la cittadinanza femminile, l'edificio dello Stato di diritto, tornare a uno Stato violento da un lato e paternalista dall'altro, che si fida più dei poliziotti che delle donne, e delle donne fa quando va bene delle vittime incapaci di intendere e di volere, quando va male delle assassine: feticide, come recita il brillante neologismo. Lasciare tutto questo fuori dalla campagna elettorale, come va predicando la premiata ditta V&B, è un'illusione falsa e truffaldina, che serve a Veltroni per non sbarrarsi il voto cattolico, a Berlusconi per non sbarrarsi il voto femminile. Siamo abituati a una politica che si nutre di confusione, ma ci sono questioni che domandano chiarezza. E se non la ricevono, la fanno.


>> Rifondazione: A Napoli la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Adesso basta.


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