"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
prc.montecchio@gmail.com
Facebook: Prc Montecchio Emilia

30 maggio 2008

Cimitero di Montecchio: perchè tanta incuria?

Rifondazione Comunista ritiene che sia un dovere di un’amministrazione occuparsi dei suoi cittadini, attori della vita sociale ed economica di una comunità, ma non di meno la medesima amministrazione dovrebbe avere cura dei propri morti che rappresentano la memoria storica e il legame affettivo di quella stessa comunità.

Non si capisce allora per quale motivo il cimitero di Montecchio versi da molto tempo in uno stato di incuria come abbiamo potuto constatare in un breve sopralluogo qualche giorno fa. Già in altre occasioni in passato i rappresentanti di Rifondazione ebbero occasione di sollevare dubbi sullo stato nel quale versasse il cimitero e chiese espressamente all’amministrazione i motivi di tali condizioni.

Evidentemente non è stata una priorità dell’amministrazione la gestione del cimitero se entrando dall’ingresso principale coloro che vanno a trovare i propri cari hanno da subito l’impressione di una generale trasandatezza: il verde è trascurato, i marciapiedi presentano delle buche o delle crepe (che rappresentano anche un pericolo per le persone anziane) e la cura delle nuove sepolture è sostanzialmente a carico dei parenti.

Un altro problema da risolvere è l’assenza da tempo di un custode che si occupi in modo organico dell’area cimiteriale. Chiunque può bene immaginare che l’assenza di una figura professionale che si dedichi alla custodia e alla cura del cimitero provochi le conseguenze che abbiamo avuto modo di constatare. E’ giunta, tra l’altro, al gruppo consigliare la notizia di incursioni notturne all’interno dell’area. Ciò è accaduto perché il cancello d’ingresso non è stato chiuso a seguito di qualche sepoltura pomeridiana. È evidente che se ci fosse del personale preposto alla cura del cimitero tali spiacevoli episodi non sarebbero accaduti.

In considerazione di tutto ciò i consiglieri di Rifondazione Comunista chiederanno presto conto dell’incuria del cimitero, della mancanza di personale e di custode all’amministrazione comunale.



Sorvegliare e punire

di Stefano Galieni, responsabile Immigrazione Prc

I 12 articoli delle “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” varate pochi giorni fa dal nuovo governo, rappresentano da un lato l’ennesimo salto in avanti per quella che Bauman chiama “Fabbrica della paura”, dall’altra si muovono in terribile perfetta continuità legislativa e culturale con quello che accade nel paese da almeno due anni, ma le cui radici vengono da molto lontano. Sono il segno di una sconfitta, non solo politica e di una mutazione antropologica lenta e apparentemente irreversibile: un paese che, in maniera diversa a seconda delle aree geografiche, si scopre ricco e opulento, timoroso di perdere piccoli limitati e precari privilegi e che anche per questo costruisce il modello di un nemico interno, concorrente in una guerra fra poveri, da non includere a pari condizioni, da sfruttare come manodopera a qualsiasi costo.

L’immigrazione è questo, è sempre stata questo nelle varie forme di legislazione che si sono succedute in materia, oggetto e non soggetto, problema e non parte attiva della società, “fenomeno”, a seconda della maggiore o minore spudoratezza, da governare, controllare, reprimere, cacciare, rinchiudere, limitare. Le misure governative, accolte con tiepida critica dalla sedicente opposizione – per alcune norme il PD ha soltanto affermato “lo avevamo detto prima noi” – sono il precipitare dei patti per la sicurezza sottoscritti un anno e mezzo fa sulla spinta di sindaci di diverso segno politico e tradotti in risorse economiche, in poteri discrezionali delle autorità locali, in ordinanze antipoveri emanate da zelanti amministratori, nell’espandersi impunito delle ronde di quartiere – che siano esse padane o di nero vestite poco cambia. Misure che hanno seguito, assecondato e accompagnato una ideologia che è divenuta senso comune, soprattutto nelle aree più disagiate del Paese, risposte propagandistiche, inefficaci nel merito e nel metodo, ma rassicuranti in un contesto incattivito e prigioniero di ben altre insicurezze, risposte facili e draconiane a problemi da affrontare con strumenti migliori di cui gli aspetti repressivi non possono costituire l’asse portante.

Quello che è stato partorito nella nuova era berlusconiana va affrontato per ciò che è: una sommatoria di misure inutili, costose e destinate a provocare effetti negativi nella vita dei cittadini, autoctoni e immigrati.

Bastano alcuni elementi di buon senso per comprendere il baratro in cui questo percorso ci conduce.

1) Rendere reato la clandestinità Ha un duplice effetto: da una parte istituzionalizza l’equazione clandestino = delinquente, concetto ormai culturalmente dominante, dall’altra provocherà un intasamento del lavoro di tribunali e penitenziari. Se venisse applicato alla lettera – anche escludendo quelle categorie lavorative che si vogliono forse regolarizzare, badanti ma non solo – occorrerebbero vaste operazioni di rastrellamento e strutture per rinchiudere centinaia di migliaia di persone (molti minori), migliaia di giudici che invece di occuparsi di robetta come i reati finanziari, le grandi organizzazioni criminali, le violenze da branco, ecc… Ma il popolo si sentirebbe più “sicuro”. Certo, scarseggerebbe forse la manodopera di bassa lega, ma fino ad un certo punto. Tenere braccia pronte a lavorare, in condizioni di totale invisibilità e ricattabilità, renderebbe molto più competitivi certi settori economici. Poco vale il paragone fatto con altri paesi europei dove la pena è amministrativa, più mite e il divieto di reingresso dopo l’espulsione è di 3 e non di 10 anni. Per inciso il reato sarà introdotto con un disegno di legge apposito – e quindi discusso nel silenzioso parlamento – la pena prevista è variabile da 6 mesi a 4 anni.

2) Pene più pesanti. Anche qui si va incontro ad un sentire comune (un reato, anche il più abietto), se commesso da uno straniero – meglio se “clandestino” – è già considerato più grave di eguale delitto commesso da autoctoni. Ora la legge fa propria la logica dei media. Il reato del “clandestino” è punito con l’aggravante della clandestinità, in pratica essere irregolari rende già diversi davanti alla legge. La pena è aumentata di un terzo.

3) Espulsioni. Con queste misure si potrà espellere immediatamente chi ha una condanna ad una pena superiore ai 2 anni (oggi è di 10). In quest’ordine entrano gran parte dei reati minori (anche la vendita di oggetti contraffatti o il commercio abusivo). Tanti i dubbi: a quale grado di giudizio scatta l’espulsione? E’ corretto permettere che una persona, magari condannata per reati gravi non sconti la pena ma ricada sul paese di provenienza da cui potrà ripartire in ogni momento? Quanto e come potranno essere esecutive tali espulsioni visto che capita sovente di persone che restano anni e anni in carcere prima di essere identificate?

4) Cpt. Prima ancora che l’Unione Europea approvi in parlamento una specifica direttiva si porta a 18 mesi il limite massimo di trattenimento nei centri che diventano ora “Centri di identificazione e espulsione”. Anche qui alcuni calcoli: i posti disponibili per ora nei centri sono 2500 e permettono di recludere circa 16 mila persone all’anno. Aumentando i tempi di trattenimento, diminuiscono i posti disponibili e, al di là delle dichiarazioni di propaganda non sarà sufficiente la logica del raddoppio dei centri. Osservatori di diversi orientamenti politici hanno da tempo affermato il fallimento del sistema Cpt, gli stessi agenti di polizia sanno che o una persona viene identificata nei primi giorni successivi al fermo o non lo sarà mai. Con il risultato che – a meno di non appiccicare nazionalità e identità fittizie ai trattenuti – il 60% di chi è preso resterà 18 mesi in gabbia per poi essere rilasciato con un ineseguibile decreto di espulsione. 18 mesi di galera osceni e inutili che deprivano, incattiviscono. Chi ha conosciuto la condizione di alienazione di persone recluse per pochi giorni può immaginare facilmente come i centri diventeranno quotidianamente luoghi di rivolte, sommosse, atti di autolesionismo. Il tutto per svuotare il mare con un cucchiaino ed autocompiacersi di poter dimostrare di aver a che fare con dei “criminali”.

5) Poteri dei sindaci. Ha vinto la “linea Bitonci” dal nome del sindaco di Cittadella, linea sposata dai Cofferati, dai Dominici e dai De Luca in estrema tranquillità. Maggiori poteri sia amministrativi che di polizia: possibilità di sovrintendere ai registri di stato civile (di negare anche la residenza?), può operare per prevenire o “eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”. Inutile commentare.

6) Affittare casa a “clandestini” sarà considerato reato con sequestro dell’immobile, multa fino a 50 mila euro e pena da 6 mesi a 3 anni. Niente paura le galere non si riempiranno di palazzinari ma dei “regolari” che subaffittano i posti letto, in molte città inavvicinabili anche per studenti e lavoratori di italica stirpe.

7) Rimesse. Solo chi è regolare potrà mandare soldi a casa, i “Money transfer” saranno obbligati a chiedere il permesso di soggiorno e i documenti a chi invia risparmi. Chissà quanti “splendidi traffici in nero” potrà alimentare questa geniale idea.

8) Sono previsti poi tre schemi di decreti legge: il primo (antirumeni) per facilitare gli allontanamenti dei cittadini comunitari poveri e non graditi, il secondo per restringere l’accesso al ricongiungimento familiare ai genitori – se non provvisti di altri figli in grado di sostenerli economicamente – il tutto previo riconoscimento tramite test dna, il terzo, “dedicato” ai richiedenti asilo, vuole introdurre l’obbligo di residenza per il richiedente e il rimpatrio in caso di diniego anche a fronte di una richiesta di appello.

Misure inutili che però trovano il plauso della pubblica opinione che ormai ha individuato il nemico da eliminare. Non c’è certamente un nesso causale fra questi provvedimenti, il raid squadristico del Vigneto o la morte per mancanza di soccorso di un cittadino magrebino nel cpt di Torino, appena inaugurato. Non c’è, ma i due fatti di cronaca, nella loro brutalità, segnano un legame profondo fra nuove norme e humus culturale. Sono norme che giustificano e in qualche maniera contemplano l’idea che la giustizia sia un problema da affrontare in maniera individuale e la morte di una persona “clandestina” non sia poi così importante da far riflettere su un sistema che ha già prodotto tanti lutti. Un giorno, speriamo presto, guarderemo a queste leggi e a questi fatti con disgusto e vergogna, ora si tratta di rimettersi a lavorare, a sporcarsi le mani affinché il razzismo di stato non diventi religione imperitura.

24 maggio 2008

Per guadagnare di più, lavora (e rischia) di più

di Massimiliano Vigo - Direttivo del Circolo di Montecchio

Compagni, finalmente hanno inventato l’acqua calda! Sto parlando di tutti quei chiacchieroni che stanno sbandierando a destra e a sinistra che con la detassazione degli straordinari finalmente avrà inizio una politica di riequilibrio (il concetto di ridistribuzione delle ricchezze fa paura!) degli stipendi: ma ci siamo (si sono) resi conto che la ricetta proposta è molto semplice: lavori di più guadagni di più!? Per fare una affermazione del genere non c’era da scomodare ministri, sottosegretari, esperti di lavoro e finanza, bastava chiederlo ad un qualsiasi operaio o impiegato che per sbarcare il lunario o fa già straordinari a raffica o ha un secondo lavoro fuori dalla fabbrica o dall’ufficio! Il problema non è lavorare di più (siamo tutti in grado di farlo, pagando in prima persona con il peggioramento della qualità della vita o addirittura mettendo a repentaglio la propria vita, vedi i turni di lavoro alla Thyssen…) ma pretendere di avere stipendi adeguati lavorando le contrattuali 8 ore di lavoro.

10 maggio 2008

Grassi: «Il partito non si scioglie. Contarsi su questo è inevitabile»

di Matteo Bartocci - da il Manifesto del 10/05/2008

«Unità a sinistra sì, ma per noi è chiaro che il Prc non è un partito transitorio. In questo congresso si decide il destino di Rifondazione comunista». Claudio Grassi, coordinatore dell'area Essere comunisti, è uno dei promotori della mozione firmata dall'ex ministro Paolo Ferrero. «Nel nostro documento - spiega Grassi - sottolineiamo la necessità del processo unitario a sinistra ma senza che venga messa in discussione l'autonomia politica, culturale e organizzativa di Rifondazione. Il partito insomma resta per l'oggi e per il domani. Gli altri compagni invece prevedono un percorso costituente che alla fine porterà al nostro scioglimento».

Una domanda che si fanno in tanti: ma che c'entri tu con Paolo Ferrero?
C'entro tantissimo. Sono vent'anni che militiamo nello stesso partito ed entrambi abbiamo alle spalle un'esperienza di fabbrica. Non schivo però la provocazione sul tema innovatori/conservatori. Non esistono innovazioni buone o cattive in sé. Per esempio credo sia stato giusto conservare una presenza comunista organizzata in Italia dopo la Bolognina. E' su quell'atto per certi versi conservatore che sono potute crescere innovazioni positive. Esistono però anche innovazioni cattive, chi al congresso di Venezia diceva «governo leggero, movimento pesante» è stato smentito dai fatti. E chi allora vedeva «l'alternanza al governo come il primo passo dell'alternativa» deve fare i conti con la catastrofe elettorale. Con Ferrero e altri facciamo una battaglia convergente per rilanciare Rifondazione comunista perché la sinistra italiana ne ha bisogno. Se si cancella il Prc non è affatto detto che dopo ci sarà qualcosa di meglio e più grande che lo sostituisca.

Avete proposto un congresso a tesi. E' una proposta definitivamente archiviata?
Purtroppo sì. Prendiamo atto che i compagni vicini a Giordano hanno detto di no. Mi dispiace perché le tesi non servivano a cancellare le differenze ma a fare un congresso sui contenuti, a ragionare di politica senza che scattasse subito la molla del voto al leader e al segretario.

Il vostro congresso però cade nel momento peggiore. La destra trionfa e sia in parlamento che fuori non c'è nessuna opposizione organizzata.
Hai ragione. Ma un partito politico non può non interrogarsi al suo interno se viene cancellato dal parlamento. Se vogliamo capire dove abbiamo sbagliato e ipotizzare una soluzione non c'è altro modo che coinvolgere gli iscritti e le iscritte. E' vero comunque che la sconfitta non riguarda solo noi ma tutta la sinistra, e quindi è giusto che in questi mesi si promuovano assemblee pubbliche aperte a tutti.

In questi giorni si parla tanto di alleanze. Tu chi preferiresti: D'Alema o Tarzan?
Credo che la scelta del Pd non sia contingente. Si è dato un asse moderato e centrista e anche se al suo interno c'è una discussione francamente non vedo alcun ripensamento. Mi sembra cerchi più il dialogo con la destra che con noi. Non vedo proprio le condizioni per ipotizzare oggi una convergenza programmatica con Veltroni. Diverso invece il confronto sulla legge elettorale e le riforme, credo che debbano essere un lavoro comune ed è bene che ci si adoperi in questo senso.

Quindi scegli Tarzan?
Certamente Tarzan a Roma e altre esperienze simili altrove rappresentano realtà molto significative con cui agire sul territorio.

Ripiegati sulla leadership e fuori dal parlamento, siete in grado di fare l'opposizione ? Con quali forze e obiettivi?
Questo è il punto vero della nostra agenda politica: come costruire l'opposizione politica e sociale al governo Berlusconi, che durerà a lungo ed è molto preoccupante per ciò che farà. E' un compito che non possiamo assolvere da soli, riguarda gli altri partiti, le associazioni, i movimenti ma anche il sindacato. Nessuno può chiamarsi fuori. A settembre dobbiamo aprire tutti insieme un confronto pubblico per preparare l'opposizione sociale contro la finanziaria di Berlusconi. E anche oggi, provvedimenti come la detassazione degli straordinari richiedono un impegno immediato.

09 maggio 2008

“Ritessere i fili della solidarietà promuovendo diritti universali.”

da www.fiom.cgil.it

Rinaldini conclude a Reggio Emilia la terza Assemblea nazionale dei lavoratori migranti metalmeccanici.

“Il futuro della Fiom e il futuro dei lavoratori migranti sono la stessa cosa.” Lo ha detto Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil, concludendo, a Reggio Emilia, la terza Assemblea nazionale dei lavoratori migranti addetti all’industria metalmeccanica.
“Far crescere la solidarietà: questo - ha affermato Rinaldini - è infatti il nostro obiettivo. E per seguire questo obiettivo credo sia l’unico modo per rispondere, in termini positivi, alle spinte indotte nella società italiana dai processi di globalizzazione.”
“Il voto che si è avuto nell’ultima tornata elettorale - ha proseguito Rinaldini - in modi diversi ma convergenti, al Nord con la Lega, al Centro con An e al Sud con Lombardo, è il frutto di una risposta di Destra alla globalizzazione. E’ una risposta sbagliata e, per certi aspetti, anche ipocrita. Che senso ha portare avanti per mesi, come hanno fatto molti giornali, specie locali, una campagna di allarmismo contro gli immigrati e a favore di una politica restrittiva dell’immigrazione quando poi è stato proprio il Governo Berlusconi, dopo il 2001, ad attuare la più grande sanatoria che ha consentito di regolarizzare più di 600 mila immigrati irregolari?”
“La verità - ha proseguito Rinaldini - è che il nostro Paese ha bisogno degli immigrati, a partire dalle badanti che, ormai, sono più di tutti gli addetti al Servizio sanitario nazionale. E se, come un delegato ha detto, un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro, improvvisamente ci accorgeremmo tutti di quanto sia ormai indispensabile il loro ruolo.”
“Per parte nostra - ha concluso Rinaldini - dobbiamo impegnarci, in primo luogo, per dare massima visibilità agli immigrati in modo che l’opinione pubblica comprenda i processi reali in corso. In secondo luogo, per ritessere dei rapporti di solidarietà, dobbiamo avviare una diffusa attività di contrattazione aziendale che sia capace di cogliere tutte le specificità delle diverse imprese, coniugando la risposta a domande anche particolari con la promozione della universalità dei diritti. Infine dobbiamo operare affinché i migranti che diventano delegati o funzionari della Fiom siano considerati come dirigenti complessivi e non relegati a occuparsi unicamente degli altri immigrati.”

La nonviolenza, il movimento e il congresso del Prc

di Alfio Nicotra

"La nonviolenza è sempre includente e mai escludente. Per questo siamo contrari ad usarla come una clava per dividere il movimento in buoni e cattivi". Nel mio taccuino di appunti ho ritrovato la traccia dell'intervento che tenni, a nome del Prc, all'assemblea di chiusura del Forum Sociale Europeo di Firenze del novembre 2002. Ricordo che discutemmo a lungo nel Prc e con gli altri soggetti del movimento altermondialista, la proposta che veniva avanzata dagli amici della Rete Lilliput, di una separazione consensuale del movimento tra chi si dichiarava nonviolento e chi no.

Scegliemmo da nonviolenti di lavorare con tutti. Come avevamo fatto anche a Genova l'anno prima. Nell'imminenza dell'assedio alla "zona rossa" avevamo subito infatti pressioni dai vertici del nostro partito, che preoccupati dal clima di paura che la stampa stava creando intorno alle mobilitazioni anti-G8, ci consigliavano di far partecipare il Prc al solo concentramento di piazza Dante. Ricordo che con Ramon Mantovani, Peppe De Cristofaro e più modestamente chi scrive, ci mettemmo di traverso: no, il Prc doveva andare ovunque. Così fu.
Perché cito questi due episodi? Perché sono un esempio di nonviolenza coerente. Una coerenza che, almeno a me pare, abbiamo smarrito negli ultimi anni, da quando cioè, la nonviolenza è salita sugli scudi del nostro dibattito interno presentata come la più grande delle nostre innovazioni.

Il compagno Giordano, forse perché amareggiato per gli esiti dell'ultimo Cpn, si è fatto scappare, insieme all'infelice frase sulla "maggioranza dorotea", anche l'affermazione che, nel documento degli "altri", non ci sarebbe la nonviolenza. Una frase significativa. Mi spiego. Appartengo ad una generazione che ha imparato la nonviolenza davanti ai cancelli dell'aeroporto Magliocco di Comiso nei primi anni '80, Ho avuto la fortuna di inverarla con grandi maestri come don Tonino Bello durante la marcia dei cinquecento nella Sarajevo assediata e Tom Benettollo sotto le bombe della Nato a Belgrado. Ho partecipato agli accampamenti per la pace in Chiapas dove con i nostri occhi e corpi ci siamo interposti tra le comunità zapatiste e l'esercito federale messicano. La nonviolenza è d'altronde un continuo lavorio su se stesso - specialmente per noi maschietti - e mai un approdo definitivo. Non ho mai misurato la nonviolenza e la sua forza su quante volte era citata in un documento. Anzi ho trovato un certo fastidio quando questa parola, più che la sua pratica, è improvvisamente diventata di moda nel nostro partito. Vedevo un rischio: di trasformare la nonviolenza in una sorta di profumeria.

Troppo spesso è stata usata per accreditarsi nei palazzi e nei salotti buoni del potere come se avesse la capacità di "ripulirci" dal vestito sporco e sdrucito dell'essere comunisti e no global. La si è usata per dividere il movimento (esattamente l'opposto della scelta di Genova) portando i Giovani Comunisti a separarsi dallo stesso e a rinchiudersi in una conquista di postazioni dentro il partito nel nome del ricambio generazionale. Dispiace non trovare traccia nel documento dell'esecutivo dei Gc - monoliticamente tutto schierato da una parte - di alcun accenno autocritico e sul perché si è perso ogni superfice di contatto con un movimento di cui, fino a pochi anni prima, erano protagonisti riconosciuti.

A Venezia avevamo scritto "movimento pesante governo leggero". E' andata così? Penso che questa sia la domanda a cui dobbiamo tutti rispondere. Personalmente credo che questa parola d'ordine sia stata rovesciata come un guanto e non solo per responsabilità esterne a noi (l'impermeabilità del centrosinistra, la situazione di stallo al senato, lo slittamento moderato della Cgil etc). Molto è dipeso dalle nostre scelte politiche. Non si può scomodare Aldo Capitini e Danilo Dolci e poi non obiettare alla parata del 2 giugno o dichiarare che la Folgore in Libano - di cui prima chiedevamo lo scioglimento- rappresenta la vetrina dell'Italia migliore. Non si può essere credibili con il movimento No Dal Molin e depositare la mozione per la moratoria sulla costruzione della base il giorno dopo la caduta del governo Prodi…

Credo che il nuovo gruppo dirigente che uscirà dal congresso dovrà chiedere scusa al movimento per la pace per i nostri errori, per aver snaturato la nostra impostazione e il nostro agire. Facciamo allora un congresso vero senza usare la nonviolenza come anatema. Ricostruiamo una comunità, Rifondazione, la Sinistra, in cui l'ascolto dell'altro (specialmente di chi sta in basso) non sia solo un esercizio retorico. Dobbiamo certo difendere le innovazioni ma anche combattere le involuzioni che ci hanno portato a non capire più il mondo. Sta anche agli iscritti e alle iscritte del Prc non farsi sottrarre il diritto di parola attraverso la militarizzazione di un dibattito per mozioni contrapposte o peggio ancora in una conta per un leader. Nessuno ci salverà dall'alto. Il tempo delle monarchie illuminate è finito. E' giunto il momento di costruire l'intellettuale collettivo e di ricominciare a farle le lotte (e non solo a declamarle).

08 maggio 2008

Cgil: addio contratto. Nel nuovo modello via l'aumento salariale

di Fabio Sebastiani

Come se il clima non fosse già abbastanza difficile a causa della "riforma della contrattazione", la notizia della sospensione dei dirigenti milanesi della Fiom ha avuto l'effetto di rendere l'apertura del Comitato direttivo nazionale della Cgil a dir poco incadescente. Il segretario generale Gianni Rinaldini ha abbandonato per protesta Corso d'Italia. Giorgio Cremaschi, segretario nazionale, ha fatto girare un lungo comunicato in cui si leggono parole come «intimidazione politica», «metodi e forme estranee alla cultura dell'organizzazione», «atto autoritario ai limiti della violenza». Anche Nicola Nicolosi, leader di Lavoro Società, che nel corso della discussione ha presentato un documento alternativo (al quale non ha aderito la segretaria nazionale Paola Agnello Modica) a quello della maggioranza, di cui formalmente la sua area fa ancora parte, ha sottolineato la «sproporzione tra fatto specifico e sanzioni adottate». A questo punto i vertici della Fiom di Milano possono far ricorso ad un secondo grado di giudizio davanti a una Commissione di garanzia interegionale e a un terzo, a livello nazionale. Può darsi che tutto si risolva con un nulla di fatto. Ma il fatto politico, in un momento in cui in Cgil dovrebbe esserci spazio per un "sano confronto di merito", c'è tutto. E la coincidenza con il dopo elezioni e il varo di un accordo che cambierà il volto del sindacato non fa che aumentare i dubbi.

Guglielmo Epifani, intanto, sottolinea il clima di «vera discussione», e recapita al direttivo una intesa tra le tre segreterie che in realtà non ha grandissime differenze rispetto al testo concordato unitariamente a febbraio. In aggiunta, c'è solo il capitolo su "democrazia e rappresentanza" che da una parte riprende «in via pattizia» la legge sul pubblico impiego e, dall'altra, cancella definitivamente le parole "voto" e "referendum" dal percorso di proposta e validazione di piattaforme e ipotesi di accordo nell'ambito confederale. Per quanto riguarda gli accordi di categoria, ogni sigla sindacale si regolerà come meglio crede.

Un modello contrattuale unico, sia per il settore pubblico che per quello privato, con due livelli tra loro complementari. È quanto prevedono le linee del progetto di riforma della struttura della contrattazione, approvate oggi dalla segreteria unitaria Cgil, Cisl e Uil. Nel merito, il documento ipotizza la riduzione attraverso accorpamenti per aree omogenee e per settori dei contratti. La durata sarà triennale, sia per la parte economica che normativa, e occorre far rispettare la tempistica dei rinnovi prevedendo delle penalizzazioni (come fissare comunque la decorrenza dei nuovi minimi salariali dalla scadenza del vecchio contratto). Sulla parte economica, dove non si rintraccia mai la frase «aumento dei salari», il recupero dell' inflazione va ancorato a criteri definiti «credibili», adeguando gli attuali indicatori di inflazione (utilizzando, ad esempio l'indice armonizzato europeo corretto con il peso dei mutui) e, in caso si verifichino differenziali inflazionistici, vanno definiti meccanismi certi di recupero. Sarà in sede di contratto nazionale, poi, che si dovranno definire le competenze da affidare al secondo livello (come accade nel settore dei chimici). Il secondo livello sarà sostanziato di contratti aziendali o territoriali: in quest'ultimo caso, sui cui Confindustria non è d'accordo, potranno essere regionali, provinciali, settoriali, di filiera, di comparto, di distretto, di sito. Questa contrattazione sarà incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità redditività, efficienza ed efficacia. Oltre a "Lavoro Società", hanno presentato un documenbto alternativo anche Giorgio Cremaschi e Dino Greco.

Paolo Ferrero, ex-minsitro della Solidarietà Sociale, esprime «forte preoccupazione» per l'intreccio tra la scelta «di ridurre il peso del contratto nazionale di lavoro e la sospensione di alcuni dirigenti e componenti della Segreteria di Milano della Fiom». «Nel 2002 - sottolinea in una nota - la Cgil costituì la principale barriera alla ristrutturazione dei rapporti sociali in senso peggiorativo per i lavoratori intrapresa dal Governo delle destre. Oggi, nel pieno rispetto dell'autonomia del sindacato, non posso invece che sottolineare come ci sia il timore che le tendenze consociative del sindacato procedano di pari passo alle tendenze all'accordo bipartisan tra destra e Partito Democratico in materia di lavoro. Sarebbe questo un elemento di rafforzamento e consolidamento fortissimo dell'ipotesi politica berlusconiana».

07 maggio 2008

Ricostruire il conflitto sociale, riprendere l'iniziativa. Qui ed ora

di Roberta Fantozzi

Il nostro congresso è carico di una straordinaria responsabilità. Possiamo riprendere il percorso ancora da scrivere della rifondazione comunista e ricostruire efficacia e un futuro per la sinistra nel nostro paese. Possiamo farcela e le reazioni dei tanti che affollano assemblee e dibattiti, le reiscrizioni e le nuove iscrizioni, sono il segnale migliore delle energie e della passione politica che si riattiva. Ma dobbiamo sapere che siamo ad un passaggio di estrema difficoltà.

Ricostruire il conflitto sociale, riprendere l'iniziativa. Qui ed ora


C'è bisogno intanto, di costruire da subito l'iniziativa politica su nodi decisivi squadernati di fronte a noi. Rischiamo che si porti a termine una duplice operazione "costituente" tanto sul versante della democrazia, quanto su quello dei rapporti sociali. Due facce di una stessa medaglia. Da un lato le proposte di parte del PD di introdurre la soglia di sbarramento anche per le elezioni europee puntano a portare a compimento la linea della distruzione della sinistra politica. Siamo alla volontà di chiudere il cerchio, ad ogni livello istituzionale, di quel bipolarismo tra simili che punta da almeno due decenni ad espellere dalla sfera della rappresentanza le ragioni del conflitto sociale ed ogni prospettiva di trasformazione dell'esistente. Dall'altro l'offensiva sul terreno dello svuotamento definitivo della contrattazione nazionale prefigura l'eliminazione di uno degli ultimi strumenti di regolazione universalistica dei rapporti fra capitale e lavoro, con il possibile esito di un'ulteriore processo di corporativizzazione territoriale e di un incremento delle dinamiche di atomizzazione competitiva dentro il mondo del lavoro.

All'opposto di processi di ricomposizione fra precari e "garantiti", lavoratori nativi e migranti, della necessità di estendere il carattere universalistico del welfare per rimettere in discussione la divisione sessuata del lavoro, all'opposto in una parola dell'obiettivo di costruire quel nuovo movimento operaio che da tempo indichiamo come necessario per qualsiasi prospettiva di cambiamento, rischiamo la frantumazione ulteriore, un passo in avanti nella giungla della competizione di tutti contro tutti. Come rischiamo che invece di un processo di ridensificazione delle relazioni sociali, attraverso il rinsediamento territoriale di un sindacato della partecipazione e dell'intreccio delle lotte per i diritti del lavoro con quelle di cittadinanza, come scrive giustamente Dino Greco, si determini un salto di qualità nello snaturamento di ruolo e composizione materiale della Cgil.

Non possiamo discutere dei nostri obiettivi da qui a tre anni e non attrezzarci da subito, per impedire che si determini un ulteriore arretramento dei rapporti di forza sociali. Forse sarò banale, ma possiamo organizzare un volantinaggio nei luoghi di lavoro e in quelli di vita sulla posta in gioco? Possiamo fare riunioni delle nostre compagne e dei nostri compagni impegnati nei sindacati?

Non separare la discussione interna dal nostro agire quotidiano, dal lavoro politico da svolgere, qui e ora, deve essere il primo impegno da assumere collettivamente.

Insieme ad un altro che riguarda più direttamente il dibattito che si è sin qui svolto.

La chiarezza e l'unità. Perché la rifondazione continua

Dobbiamo attraversare il congresso come una comunità capace di una discussione limpida che nomini fino in fondo i problemi che ci sono stati, i nodi da sciogliere per il futuro e al tempo stesso capace della massima vocazione unitaria. Nominare i problemi è condizione per poterli risolvere o comunque gestire in maniera condivisa. E' l'opposto della rimozione e della esibizione di unanimismi di facciata dietro i quali continuano ad operare alleanze e cordate, sottratte al confronto esplicito, alla piena consapevolezza e possibilità di scegliere di tutte e tutti.

Ed è anche l'opposto della negazione dell'altro, della sua riduzione al punto anche difficile e aspro di dissenso, della introiezione di logiche maggioritarie, per cui chi vince prende tutto, come abbiamo fatto tutti noi, sbagliando, dopo il Congresso di Venezia. Che l'apertura della discussione su come costruire l'unità delle sinistre, si sia sviluppato con le diverse opzioni del soggetto unico o della federazione, e che nella prima ipotesi fosse contemplata la dissolvenza di Rifondazione Comunista, della sua autonomia culturale, politica e organizzativa, non è invenzione di qualcuno, ma quello che si può ricavare, scorrendo il dibattito che ha attraversato per un lungo periodo di tempo il nostro partito, in maniera più spesso evocativa, ma talvolta assai esplicita.

E non è invenzione di nessuno che in una campagna elettorale difficile in cui ci eravamo detti che bisognava praticare la moratoria di un dibattito che si sarebbe esplicitato pienamente dopo, sia stata viceversa impressa una accelerazione fortissima verso il partito unico, fino al punto di prefigurare il comunismo come una tendenza in un contenitore più ampio. Nemmeno è un'invenzione dire che subito dopo la sconfitta elettorale, i primi commenti di molti abbiano detto che comunque il processo della Sinistra Arcobaleno era "irreversibile" e andava "accelerato", una linea diversa da quella di "ripartire da rifondazione". Su questo si è determinata la necessità della chiarezza. Sul passato, che non è lieve.

E sul futuro, per dire che la rifondazione comunista non sta dietro di noi ma davanti a noi e che questo è alternativo alla costituente comunista, cioè ad un'ipotesi regressiva di riaggregazione su base puramente identitaria e alla costituente della sinistra, cioè un processo apertamente teso alla formazione di un altro soggetto politico, giacchè questo significa "costituente". Ora dovremmo sgombrare il nostro dibattito da nuovi fantasmi: come quello della chiusura autoreferenziale di alcuni, dello scontro "innovatori" versus "conservatori". Voglio conservare la cultura politica che tutti insieme abbiamo prodotto dentro Rifondazione e da cui è esclusa ogni presunzione di autosufficienza. Voglio conservare la radicalità di una ipotesi di rivoluzione non violenta e di una società liberata dal capitalismo distruttivo dei nostri tempi e consegnata alla democratizzazione integrale dei rapporti sociali.

Voglio continuare a cambiare la società, la sinistra e il partito, lambito ma non modificato dal conflitto di genere e dal femminismo. E non voglio chiudermi in nessun fortino. Voglio un congresso che consegni la piena sovranità sul nostro futuro alle donne e uomini che hanno scelto questa comunità, ma voglio continuare a discutere anche durante il congresso con chi non ha tessere o ha altre tessere. E voglio continuare a costruire una sinistra più larga di noi, ripartendo dai movimenti, dalle tante pratiche vertenziali, conflittuali e mutualistiche dei territori, dalla sedimentazione e messa in comunicazione di quelle pratiche, dal fare società che abbiamo evocato e troppo poco agito. Credo che tutto questo si possa fare se cambiamo davvero anche noi stessi, a partire dalla modalità della nostra discussione. Non so se sarà accolta la proposta di un congresso a tesi su un documento unitario della maggioranza costituita a Carrara, che consentirebbe di confrontarci con nettezza sui punti di dissenso, ma anche di riconoscerci percorsi ed elaborazioni condivise. Vale comunque l'impegno per il futuro di un governo unitario, del riconoscersi reciproco, di una comunità laica ed adulta.

02 maggio 2008

1 maggio No War: portuali statunitensi chiudono i porti

campagna di solidarietà per i portuali statunitensi in sciopero contro la guerra


Per il primo maggio, che non è festa negli Stati Uniti, il sindacato dei lavoratori portuali della costa ovest, l´International Longshore and Warehouse Union, ha indetto uno sciopero per protestare contro le guerre in Iraq e Afghanistan. Delusi con il continuo finanziamento bi-partisan delle guerre, i lavoratori hanno deciso di esercitare il loro potere politico nei porti, dichiarando quella del primo maggio giornata "No Peace, No Work".

La risoluzione, con la quale è stato indetto lo sciopero, è stata approvata a larga maggioranza nell´ultima assemblea del sindacato, che rappresenta 42.000 operatori portuali. Determinanti sono stati gli interventi appassionati da parte dei veterani del Vietnam.

Ci saranno manifestazioni a sostegno nei porti di San Francisco (California), Seattle e Olympia (Washington). L´azione dei portuali ha anche l´appoggio di altri sindacati, tra cui la federazione degli insegnanti della California e dei postini di New York, oltre a quello di associazioni del movimento contro la guerra, come CodePink e Answer.

Di seguito la traduzione della risoluzione approvata e gli indirizzi ai quali tutti sono invitati ad inviare messaggi di solidarietà.

Sosteniamo i lavoratori impegnati contro la guerra!

U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome
info@peaceandjustice.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
http://www.peaceandjustice.it


Risoluzione presentata all´assemblea del sindacato dei lavoratori portuali
(International Longshore and Warehouse Union - ILWU) a San Francisco,
California l´8 febbraio 2008

PER AZIONI DEI LAVORATORI PER FERMARE LA GUERRA

Premesso che

- il 1 maggio 2003, in occasione del Congresso dell´ILWU a San Francisco, sono state approvate delle risoluzioni per esigere la fine della guerra e l´occupazione dell´Iraq;

- l´ILWU è stato in prima linea tra i sindacati ad opporsi a questa guerra e occupazione sanguinosa per il dominio imperiale;

- nonostante tanti sindacati e la stragrande maggioranza del popolo statunitense siano ora contro queste guerre bipartisan e ingiustficabili in Iraq e Afghanistan, i due principali partiti politici, Democratici e Republicani,
continuano a finanziare la guerra;

- milioni di persone in tutto il mondo hanno marciato e manifestato contro le guerre in Iraq e Afghanistan senza riuscire a fermarle;

- azioni storiche dell´ILWU presso i porti si dimostrano essere esempi limitati ma significativi di come opporsi a queste guerre come:
1) il rifiuto dei lavoratori della sezione locale N. 10 a caricare bombe per la dittatura cilena nel 1978 e materiali militari per la dittatura salvadoregna nel 1981 e
2) il rispettare il picchetto contro la guerra organizzato dal sindacato degli insegnanti il 19 maggio 2007 nei confronti della società di operazioni portuali Stevedoring Services of America nel porto di Oakland, California; - le minacce di bombadamenti aerei statunitensi contro l´Iran o possibili azioni militari in Syria e Pakistan rischiano di provocare l´allargamento della guerra in Medio Oriente;

CHE SIA QUINDI DELIBERATO CHE: È ora di alzare il livello della protesta del mondo sindacale invitando tutti i sindacati e i lavoratori negli Stati Uniti e nel mondo a mobilitarsi per una giornata "No Peace No Work" il 1 maggio
2008 per 24 ore per esigere la fine immediata delle guerre e delle occupazioni dell´Iraq e dell´Afghanistan e il ritiro delle truppe statunitensi dal
Medio Oriente; e

CHE SIA INOLTRE DELIBERATO CHE: Un forte e urgente appello per l´unità di azione sia inviato dall´ILWU all´AFL-CIO, alla "Change to Win Coalition" e a tutte le organizzazioni sindacali internazionali a cui siamo affiliati per porre fine a questa guerra sanguinosa ora e per sempre.

Versione originale della risoluzione in inglese:
http://www.uslaboragainstwar.org/article.php?id=15428


Indirizzi per messaggi di solidarietà:

Bob McEllrath, ILWU International President
Fax: (415) 775-1302
Email: robert.mcellrath@ilwu.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Melvin Mackay, ILWU Local 10 (Bay Area) President
Fax: (415) 441-0610
Email: melmackay@aol.comIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Mike Mitre, ILWU Local 13 (L.A./Long Beach) President
Fax: (310) 830-5587
Email: worldports@earthlink.netIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Jeff Smith, ILWU Local 8 (Portland) President
Fax: (503) 224-9311
Email: ilwu8@comcast.netIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Conrad Spell, ILWU Local 23 (Tacoma) President
Fax: (253) 383-5612
Email: local23@callatg.comIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Herald Ugles, ILWU Local 19 (Seattle) President
Fax: (206) 623-8136
Email: ilwulocal19@qwest.netIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Jack Heyman, Clarence Thomas, Comitato Primo Maggio ILWU Local 10
jackheyman@comcast.netIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
thomas-clarence@sbcglobal.net

01 maggio 2008

1° Maggio 2008