"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

12 marzo 2009

Sulla delibera sulla gestione dei rifiuti approvata dalla giunta provinciale

comunicato stampa della Segreteria Provinciale del PRC-SE di Reggio Emilia

La delibera approvata dalla Giunta Provinciale segna un avanzamento rispetto alla gestione esistente dei rifiuti grazie ad alcuni risultati concreti ottenuti dal partito della Rifondazione Comunista.

La delibera indica come prioritaria la realizzazione di uno o più impianti di trattamento meccanico biologico (TMB), impianti che si faranno immediatamente e sui quali il nostro partito ha sempre puntato, poiché riteniamo questa tecnologia essere la vera alternativa all'incenerimento.

Viene ribadita l'autosufficienza provinciale e soprattutto si supera l'obbiettivo del 60% di differenziato, come previsto dal PPGR, innalzandolo come minimo al 65%, come previsto dalle normative vigenti.

Si sancisce che la parte che verrà eventualmente smaltita è solo quella che rimarrà alla fine del ciclo, ovvero dopo la raccolta differenziata e dopo il trattamento meccanico biologico che a quel punto sarà materiale CDR selezionato, individuando, in sinergia con gli enti locali interessati, le migliori tecnologie possibili oltre che meno inquinanti e soprattutto sostenibili.

Vengono stanziati nel 2009 due milioni di euro per potenziare la raccolta differenziata e l'abbattimento delle tariffe.

Ora lo sforzo del PRC si indirizzerà a far sì che in tutti i programmi elettorali sia inserita come prioritaria la raccolta differenziata capillare.
La delibera dice espressamente che saranno realizzate con certezza il TMB e la differenziata, mentre la capienza e la delocalizzazione del termovalorizzatore dovranno essere definite puntualmente e solo a regime, su scala provinciale e solo dopo aver acquisito i risultati del TMB e dopo una valutazione politica e tecnica che dovrà essere posta in essere dalle forze politiche.

Inoltre sarà fatta una valutazione dell'impatto ambientale e la VAS (valutazione sostenibilità ambientale).

Siamo certi che il senso civico dei reggiani e il loro contributo porteranno a risultati ben al di là del 65% e ciò insieme ad uno o più impianti di TMB all'avanguardia potrà consentire alla nostra Provincia di fare a meno di un inceneritore.

Uscire dalla crisi è la parola d'ordine

di Carla Ravaioli

"Uscire dalla crisi" è la parola d'ordine. Anche a sinistra. E non è dubbio che tentare di contenere la catastrofe già dilagante di disoccupazione, precarietà, impoverimento crescente, sia il primo compito delle organizzazioni del lavoro. Ma forse, nel mentre stesso in cui doverosamente questo obiettivo viene perseguito al suo meglio, non sarebbe inutile considerare che tutto ciò significa anche (tentare di) ridare fiato e stabilità al capitalismo; e domandarsi se davvero meriti impegnarsi nel salvataggio del mondo così come oggi è.
Un mondo in cui l'1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza prodotta. Un mondo in cui - dice la Fao - si produce cibo a sufficienza per sfamare tutti, ma ogni cinque minuti un bambino muore d'inedia. Un mondo altamente tecnologizzato, dove sarebbe possibile produrre il necessario e più con poche ore di lavoro al giorno, ma le industrie puntano a settimane di ottanta-novanta ore. Un mondo che usa la guerra non solo come normale mezzo di politica internazionale, ma come lo strumento più utile per rilanciare la produzione quando il Pil non cresce a dovere.
Un mondo che, d'altronde, è impossibile da difendere così com'è. Sono in molti a crederlo e a dirlo. Mi limito a citare due nomi, di persone molto diverse per formazione e storia. «Siamo di fronte a una crisi complessiva del meccanismo di accumulazione capitalistica», scrive Paolo Ferrero ( Liberazione 8 marzo). «La logica del capitalismo è l'accumulazione. La quale è per natura illimitata […] una logica impossibile, quindi illogica» scrive Giorgio Ruffolo ( la Repubblica 9 marzo). E tutt'e due vedono nell'accumulazione la causa della crisi ecologica planetaria.
E al proposito davvero riesce difficile capire il lungo disinteresse (appena mitigato oggi) delle sinistre per un fenomeno come questo, che ha finora registrato un saldo di tre milioni di morti e cinquanta milioni di profughi. Come se poi queste cifre non contassero in massima parte operai, contadini, pescatori, poveracci dei paesi più miserabili. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto ciò su cui il lavoro esercita la sua fatica, la sua intelligenza, il suo sapere. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto quanto viene trasformato dall'industria capitalistica nello sterminato universo delle merci. E dunque i limiti del mondo naturale, e la catastrofe planetaria che l'ignorare quei limiti ha causato, non gridassero l'urgenza di superare un impianto economico-sociale fondato sulla crescita illimitata, un sistema ormai senza futuro.
Non sarebbe questa la base da cui muovere per tornare a pensare una rivoluzione possibile? Per darsi un'idea portante, una strategia al cui interno situare e agire scelte politiche anche di breve termine e di portata locale, purché a quell'idea omogenee e funzionali? Non era così che lottavano le sinistre del passato, impegnandosi per singole rivendicazioni e insieme cantando per "l'internazionale futura umanità"? E non è stata proprio l'ampiezza di quell'assunto a consentire tante vittorie del lavoro? Una linea di largo respiro non sarebbe più che mai necessaria oggi, in un mondo globalizzato, mentre il capitalismo sta divorando la base stessa del proprio operare, vivendo una crisi non solo gravissima ma diversa da ogni altra? Trovarla non potrebbe di per sé favorire il superamento di quella animosità interna a tutte le sinistre, che induce risse continue e ripetute scissioni, incomprensibili a una base che c'è, vorrebbe esistere e agire, ma non vede come?
Il "come" è certo una difficoltà che può parere insormontabile. Ma forse no. E' un grosso discorso, che vorrebbe ben più spazio di quanto sia qui concesso. Provo comunque a sintetizzare al massimo la riflessione che di recente ho cercato di mettere a punto, riassumendola in quattro "mosse". 1) Tutto l'ambientalismo più qualificato afferma la necessità di tagliare il prodotto per tentare di scongiurare un degrado ecologico irrecuperabile. Non dice però cosa tagliare, da dove cominciare. Bisogna pensarci. 2) La produzione di armi rappresenta ufficialmente il 3,5 per cento del Pil mondiale: una quota che, qualora gli umani smettessero di risolvere i loro guai uccidendo i propri simili, e di contare su questa attività per sostenere l'economia, garantirebbe a tutti noi una buona boccata d'aria pulita e un notevole risparmio di materie prime. 3) Tralasciando le mille possibili obiezioni, occorre porsi però una domanda ineludibile: come sistemare coloro (tanti) che lavorano nell'industria degli armamenti? Ma è facile replicare. Di taglio generalizzato dei tempi di lavoro a pari salario le sinistre discutono da alcuni decenni: dopotutto non sta scritto da nessuna parte, se non nella logica industriale-capitalistica che la gente debba spendere quasi metà della propria vita lavorando. 4) Altra inevitabile domanda: chi paga? Be', in un mondo dove (lo notavo sopra) metà della ricchezza è in mano all'1% della popolazione, porsi la questione mi pare quasi sconveniente. Sbaglio?
Utopia. Spesso (non sempre) così vengono commentate queste mie riflessioni. Tralascio di citare i mille possibili esempi di cose di uso quotidiano che appunto solo utopie erano fino a tempi non lontanissimi. Trovo più utile ricordare che la Nasa dedica una parte non secondaria dei suoi programmi alla ricerca di un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra. Scopo: trasferirvi cospicue quote di umani da impegnare in attività produttive di ogni sorta, e finalmente lassù trovare spazio, materie prime a volontà, e piena libertà di inquinamento, per un vero grande rilancio della crescita, che riduca la crisi a una pallida memoria. Utopia per utopia: quale vi pare meno impossibile.

10 marzo 2009

Ricostruire, dentro la crisi, l'utilità sociale della sinistra

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

Il centro del progetto politico di Rifondazione Comunista riguarda la capacità di intervenire efficacemente al fine di determinare una uscita a sinistra dalla crisi.

E’ infatti evidente come non automaticamente la crisi porti a sinistra. Anzi, sono prevalenti i segnali in senso opposto, di uno spostamento a destra, nella logica della guerra tra poveri. Questa crisi, per dimensioni, durata e profondità, è a tutti gli effetti una “crisi costituente”, che cambierà il panorama italiano; decisiva è la nostra iniziativa in relazione con la costruzione del movimento di massa.

Questo tema ci chiede di operare su più livelli.

In primo luogo è necessario costruire una efficace opposizione di sinistra. A mio parere questo tema lo si può affrontare unicamente a partire dalla piena autonomia dal Pd, che sui temi principali – penso al federalismo, la riforma della contrattazione, la riforma della giustizia – bene che vada è incapace di assumere una posizione efficace, male che vada assume posizioni sbagliate. La questione è come si costruisce una opposizione di sinistra che sappia, come abbiamo fatto a partire della manifestazione dell’11 ottobre, entrare in relazione positiva con le mobilitazioni della Cgil e del sindacalismo di base.
Importantissimo a questo riguardo è stato lo sciopero generale di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio. Senza alcuna strumentalizzazione e nel pieno rispetto delle diverse autonomie, mi pare quindi evidente come il tema dell’opposizione abbia al suo centro proprio il lavoro unitario con la Cgil e il sindacalismo di base. Quindi il tema è quello della costruzione unitaria di un movimento di massa contro governo, Confindustria e – quando serve - Vaticano, come abbiamo fatto dopo Genova. Qui sta il tema politico dell’efficacia. Questo non richiede solo autonomia dal Pd, ma chiede di avere un progetto che sia da un lato di ricostruzione del senso della politica e dall’altro di uscita da sinistra dalla crisi. Per questo abbiamo proposto e continuiamo a proporre il coordinamento di tutte le forze di sinistra: massimo lavoro unitario nel rispetto delle proprie identità.

In secondo luogo occorre porsi l’obiettivo di ricostruire la credibilità della politica e l’utilità della sinistra. A partire dalla centralità della questione morale, questo per me vuol dire non essere accecati da una centralità ossessiva delle relazioni istituzionali, ma saper ridislocare la nostra azione nella società, sia nella costruzione del conflitto sia nella costruzione di forme di mutualismo. Quello che abbiamo chiamato il partito sociale. In questo lavoro di ricostruzione del conflitto e del tessuto sociale, dobbiamo collocare il progetto di uscita da sinistra della crisi. Occorre coniugare la battaglia per la redistribuzione del reddito e del potere con la proposta di un intervento pubblico centrato sulla riconversione ambientale e sociale dell’economia, sulla difesa del carattere pubblico dei beni comuni. La nostra parola d’ordine centrale deve essere: nessuno nella crisi deve restare solo, nessuno che perde il posto deve rimanere senza un reddito e vedere reciso il suo rapporto di lavoro, la cassa integrazione va estesa a tutti i tipi di lavoro. Intrecciare battaglia sindacale e programmazione economica indirizzata al fare i conti con i limiti ambientali allo sviluppo mi pare il nodo di fondo. In questo quadro, visto il ruolo che il razzismo e il sessismo hanno nella costruzione politica del blocco dominante, è evidente che non vi può essere alcuna separazione tra la lotta per la libertà e quella per l’uguaglianza, tra gli interessi materiali e i valori.

Per contrastare la guerra tra i poveri occorre fare inchiesta ed avere un solido impianto sindacale, politico e culturale, perché la partita si gioca su tutti i terreni contemporaneamente.

La proposta politica

Ricostruire una efficacia della sinistra nella lotta per costruire uno sbocco a sinistra dalla crisi è quindi il centro della nostra proposta politica. Ritengo infatti che la sconfitta della sinistra arcobaleno sia nata in primo luogo dall’inefficacia della nostra presenza nella maggioranza di Prodi rispetto alle aspettative di trasformazione che aveva suscitato la vittoria dell’Unione.

Occorre quindi ripartire dall’insediamento sociale per determinare uno spazio pubblico della politica che agisca dentro un orizzonte politico e culturale che si proponga di forzare la gabbia del bipolarismo. Ricostruire lo spazio pubblico di quello che un tempo era il movimento operaio. Non è solo un compito politico ma anche culturale: dentro la crisi dobbiamo far rivivere l’essenza del marxismo e cioè che il capitalismo non è un fenomeno naturale ma un prodotto storico e così lo è la sua crisi. Un prodotto storico che si può superare. Dobbiamo rompere l’universo simbolico omologato che hanno prodotto vent’anni di pensiero unico e anche a questo serve il nostre essere comunisti.

In questo quadro il tema dell’unità della sinistra non può diventare l’ossessione per il partito unico. I tempi dei partiti unici per fortuna sono finiti. Penso che quello di oggi sia il tempo del massimo di unità possibile nel lavoro politico, sociale, culturale nel rispetto delle differenze. Coniugare unità e rispetto delle differenze: questa è una delle lezioni che la sinistra dovrebbe imparare dal movimento delle donne.

Per questo ritengo completamente sbagliata la proposta di superamento di Rifondazione Comunista in nome di una costituente della sinistra e ritengo ancora più sbagliata la scissione attualmente in corso.

Non occorre essere dei veggenti per capire che dar vita oggi ad una costituente della sinistra vuol dire immediatamente permettere la realizzazione di una costituente comunista. Se questo accadesse è evidente che non solo Rifondazione Comunista si spezzerebbe (non solo organizzativamente ma il suo progetto politico verrebbe spezzato) ma la sinistra si dividerebbe per linee ideologiche; una sinistra innovativa, più moderata e alleata con il PD e una sinistra comunista, più radicale ma esclusa dal gioco politico. A mio parere questo sarebbe un disastro. E’ infatti evidente che non esiste nessuna proposta di costituente che sia in grado di convogliare in una sola forza politica quella che è la sinistra attuale, le sue diverse culture, ideologie, pratiche politiche. Il nodo è l’unità e il rispetto tra diversi non il tentativo forzoso o massmediatico di ridurre ad uno una realtà complessa.

Ovviamente la scissione in corso è ancora più sbagliata per tre motivi. In primo luogo perché intimamente contraddittoria: l’ennesima scissione fatta in nome dell’unità.

In secondo luogo perché disloca una parte delle forze di rifondazione in una area più moderata e subalterna al PD. In terzo luogo perché segna un deficit di cultura politico di una sinistra non in grado di fare i conti con la democrazia e con la possibilità che da un congresso si possa uscire in minoranza.

A mio parere è invece necessario costruire tra le forze della sinistra disponibili a costruire una alternativa al PD, una rete di relazioni stabili che facciano massa critica. Nella dialettica culturale e sociale come in quella politica. Se sul piano generale il tema è l’uscita a sinistra dalla crisi, sul piano strettamente politico il tema è la nostra capacità di forzare il bipolarismo. Lo dico perché dal ’96 ad oggi, questo è il tema con cui la sinistra di alternativa si è scontrata. Stritolata dentro la logica dell’alternanza perché subalterna quando in maggioranza e a rischio di scomparsa quando fuori dalla coalizione. Io credo che questo sia il problema politico di fase: come può vivere una sinistra anticapitalista in un contesto in cui – dati i rapporti di forza – il centro sinistra ha un profilo marcatamente moderato.

A me pare che questo tema non possa risolto con alchimie organizzative o semplicemente rimosso dentro un orizzonte tutto politicista. Io credo che dobbiamo sapere che questo problema non ha una soluzione immediata perché rimanda direttamente al tema dei rapporti di forza complessivi e nello specifico ai rapporti di forza tra centro sinistra e sinistra di alternativa. Penso cioè che dobbiamo praticare una linea politica che a partire dall’autonomia dal PD sia in grado di accumulare forze e capacità progettuale. Questo patrimonio, non credo possa essere immediatamente speso in una prospettiva di governo come ha fatto Rifondazione nel 2006. Credo cioè che occorra aver chiaro che per potersi misurare positivamente sul terreno del governo nazionale occorre avere rapporti di forza tra le due sinistre, se non rovesciati, almeno assai diversi dagli attuali.

Rilanciare la Rifondazione Comunista

In questo quadro io penso che il rilancio del progetto della rifondazione comunista sia un risorsa e non un ostacolo. Una risorsa perché senza una prospettiva chiaramente anticapitalistica è impossibile costruire una sinistra di alternativa. Rifondazione Comunista, la dialettica tra questi due termini è il punto costitutivo del nostro progetto, se se ne abbandona uno non esiste più, perché si qualificano a vicenda. Il comunismo parla della centralità della trasformazione sociale, dell’anticapitalismo. Rifondazione parla della necessità di imparare dai nostri errori nella storia del comunismo medesimo, proprio per non ripeterli e per abbandonare gli elementi negativi che in quella storia si sono manifestati, in primo luogo dove si è preso il potere. Ma non solo. Non è un caso che nel congresso abbiamo detto di no alla costituente di sinistra e di no alla costituente comunista. Perché entrambi questi progetti avrebbero sfigurato, annichilito, il progetto politico della rifondazione e la sinistra. Il rilancio della Rifondazione Comunista per me significa anche sottolineare la consapevolezza della non autosufficienza del Prc. Non si tratta solo di lavorare a coordinare la sinistra e l’opposizione, ma occorre riconoscere il pari valore delle mille forme di attività e iniziativa politica dell’associazionismo e dell’autorganizzazione, nonché dei diversi percorsi con cui si può maturare una scelta anticapitalista. In Italia, per esempio, salta agli occhi quella del volontariato cattolico e di matrice religiosa.

Mi fermo qui ma voglio chiudere sottolineando come proprio nella crisi emergano tutti i limiti del sistema capitalistico. Anche per questo – a mio parere - il rilancio del tema della transizione non è un orpello ideologico ma un punto di vista essenziale in una sinistra non annichilita.

07 marzo 2009

Lavoro sano, lavoro sicuro

di Dino Greco, direttore di Liberazione

Quando, oltre trent'anni fa, cominciai a lavorare nel sindacato, mi capitò il seguente caso. In un'azienda calzaturiera della provincia bresciana, un giovane operaio, ancora in prova, incorse in un gravissimo infortunio sul lavoro. Entrambe le mani gli furono troncate di netto mentre lavorava alla tranciatura delle tomaie. Tutta la fabbrica si fermò. Il padrone si difese sostenendo che il "tragico" evento non poteva essere causato dalla carenza di adeguati dispositivi antinfortunistici di cui la macchina era, a suo dire, perfettamente munita. Precisamente, la protezione consisteva in due pulsanti, collocati ai due lati dell'attrezzo, come in un flipper, che dovevano essere premuti tenendo simultaneamente impegnate entrambe le mani. Diversamente, la tranciatrice si sarebbe bloccata, escludendo qualsiasi conseguenza sull'operatore. Dunque, cos'era accaduto? Semplicemente questo. Al ragazzo, da pochi giorni avviato al lavoro, era stato detto che la conferma della sua assunzione sarebbe dipesa dal raggiungimento di una certa quantità di pezzi/ora: una soglia molto, molto elevata. La consapevolezza della difficoltà del compito lo aveva spinto ad inventarsi una soluzione, tutta a suo rischio. Aveva bloccato con il nastro adesivo entrambi i pulsanti. Questo accorgimento gli consentiva di abbattere i tempi di lavorazione, elevare il ritmo, raggiungere il traguardo produttivo assegnato. E guadagnarsi così il diritto di continuare a lavorare. Un istante, un istante solo di disattenzione lungo una sequenza interminabile di operazioni ripetitive gli è stata fatale. A 23 anni, una vita rovinata. Ebbene, trent'anni dopo, la situazione è di molto peggiorata. Perché allora esisteva un rapporto di lavoro "canonico", il lavoro a tempo indeterminato. E quello a termine, per un ben delimitato numero di casi. Questo dava maggiori possibilità di sottrarsi alla pressione del padrone, almeno nelle aziende con più di 15 dipendenti, ove non era (e per ora ancora non è) consentito il licenziamento senza giusta causa. Oggi, la precarietà, incardinata in una mostruosa legislazione derogatoria e legittimata da una impressionante proliferazione di lavori "atipici", espone un'intera generazione al ricatto, che sempre si finisce per subire quando gli strumenti di difesa scompaiono e si impone la paura. Parlo del ricatto come modalità ordinaria, connaturata all'essenza stessa del rapporto di lavoro. In un simile scenario le persone sono spinte all'autosfruttamento, ad introiettare l'ineluttabilità dell'umiliazione. E del rischio. Il più irrimediabile dei quali è certo la perdita della vita, che diventa notizia solo quando si presenta con modalità raccapriccianti e mediaticamente spettacolarizzabili.
Ma che annega nell'assuefazione e nell'oblio quando si traduce nello stillicidio quotidiano. Poi, ci sono gli infortuni non mortali, spesso causa di postumi invalidanti permanenti. Sono stati oltre 35mila nel 2007. E le patologie da lavoro. Sono state quasi 29mila nello stesso anno. Oggi siamo in piena deregolazione. Governo e Confindustria puntano a manomettere quanto di positivo è stato introdotto con il Testo Unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, a rendere inefficace il concetto di responsabilità solidale dell'appaltante nei confronti dell'appaltatore, a depotenziare il ruolo delle Rsu, a depenalizzare parte delle violazioni di legge, a irretire le prerogative degli organi ispettivi, la cui già modesta attività il governo vorrebbe ulteriormente ridurre "per non aggravare" la crisi che colpisce l'apparato produttivo. Quanto alla magistratura, si è dimostrata, in tanta sua parte, più sensibile alla competitività delle imprese che non alla sicurezza dei lavoratori, come invece impone solennemente l'articolo 41 della Costituzione. Archiviazioni, prescrizioni, sanzioni amministrative risibili. Mai un imprenditore che paghi penalmente, quale che sia il danno di cui si è reso responsabile. Sicché quando un magistrato come Raffaele Guariniello chiede ed ottiene il rinvio a giudizio dei dirigenti della Thyssen Krupp con il capo di imputazione di "omicidio volontario", ecco levarsi le proteste indignate di non pochi che sino a poco prima si erano uniti al dolore dei familiari delle vittime. Vediamo che il Capo dello Stato è tornato anche ieri sull'argomento. Fa bene, Napolitano, a insistere, perché anche la sordità persiste. Del resto, chi lesina il salario e affama i lavoratori è difficile che investa nella loro sicurezza. La campagna che da oggi rilanciamo insieme a "Carta" e "il manifesto" attraverso il Dvd che trovate in edicola con il giornale non smetterà di battere su questo chiodo. Giorno dopo giorno.

01 marzo 2009

Gallino: «Pure la legge antisciopero. Davvero c'è da avere paura»

intervista a Luciano Gallino - da il Manifesto del 28 febbraio 2009

A questo punto, professore, dobbiamo davvero avere paura?

Penso proprio di sì. Quella della limitazione del diritto di sciopero è una strada che si sa dove comincia ma non si sa dove finisce. Anzi, lo sappiamo benissimo. Il governo comincia con i trasporti, poi passerà a tutti i servizi di pubblica utilità, poi al pubblico impiego e alla fine, per coerenza, la valanga investirà il settore privato.

L'obiettivo è inseguito da tempo. Perché ora si accelera?

Da un governo di destra c'era da aspettarselo. Crisi e disoccupazione oscurano l'orizzonte, il timore di perdere il posto di lavoro e un reddito per quanto minimo viene prima di tutto, lascia poco spazio alle battaglie per i diritti, per quanto sacrosanti. Il momento è buono per affondare il colpo. E' stato scelto con cura. E poi dobbiamo ammetterlo: molti italiani sono favorevoli a limitare il diritto di sciopero, almeno nei trasporti. Non servono i sondaggi per saperlo. Un sacco di persone sono d'accordo con le peggiori cose attuate o progettate da Berlusconi. Questo è il nostro problema.

Il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è già stato limitato da due leggi. C'era proprio bisogno di una terza?

Ci si poteva accontentare di qualche ritocco, di una manutenzione ordinaria, di un aggiornamento. Invece qui siamo al giro di vite e molto stretto. E' vero che siamo ancora all'inizio dell'iter, ma l'inizio è pessimo. L'articolo 40 della Costituzione è sibillino. Dice che il diritto di sciopero «si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano». Se le leggi sono ultrarestrittive, come risulta dai paletti messi dal ministro Sacconi, ne consegue un drastico ridimensionamento del diritto di sciopero come fin qui esercitato nel nostro paese.

Questa è una legge antisciopero e, insieme, una legge contro la Cgil.

Non c'è dubbio che la Cgil è sotto tiro. Il segretario Epifani ha preso una posizione netta. Cisl e Uil sono più che disponibili. Però bisognerà vedere come si evolverà la situazione. L'ingordigia del governo è così grossa che persino Cisl e Uil potrebbero essere costrette a rivedere le loro posizioni.

Il ministro Sacconi, bontà sua, sostiene d'aver optato per la legge delega per valorizzare i contributi delle parti sociali.

E' vero il contrario. Una legge delega è una scatola vuota dove il governo può metterci quel che vuole.

Il ddl-delega approvato ieri dal consiglio dei ministri contiene leggere modifiche rispetto al testo anticipato dai giornali. In meglio o un peggio?

La sostanza non cambia. Non è certo una miglioria dire che "basterà" il 20% della rappresentanza per indire un referendum in cui almeno il 30% dei lavoratori dovrà approvare lo sciopero.

I referendum su accordi e contratti sono discrezionali, quelli sugli scioperi diventeranno obbligatori.

Con l'aggravante che per ottemperare alle macchinose procedure i tempi per fare uno sciopero diventeranno biblici.

Cose che succedono in un paese dove l'opposizione non c'è.

Se nemmeno una legge antisciopero riuscirà a imporre un minimo di unità ai pezzi sparsi delle sinistre, siamo davvero messi male.
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
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Economia e Politica