"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
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07 marzo 2009

Lavoro sano, lavoro sicuro

di Dino Greco, direttore di Liberazione

Quando, oltre trent'anni fa, cominciai a lavorare nel sindacato, mi capitò il seguente caso. In un'azienda calzaturiera della provincia bresciana, un giovane operaio, ancora in prova, incorse in un gravissimo infortunio sul lavoro. Entrambe le mani gli furono troncate di netto mentre lavorava alla tranciatura delle tomaie. Tutta la fabbrica si fermò. Il padrone si difese sostenendo che il "tragico" evento non poteva essere causato dalla carenza di adeguati dispositivi antinfortunistici di cui la macchina era, a suo dire, perfettamente munita. Precisamente, la protezione consisteva in due pulsanti, collocati ai due lati dell'attrezzo, come in un flipper, che dovevano essere premuti tenendo simultaneamente impegnate entrambe le mani. Diversamente, la tranciatrice si sarebbe bloccata, escludendo qualsiasi conseguenza sull'operatore. Dunque, cos'era accaduto? Semplicemente questo. Al ragazzo, da pochi giorni avviato al lavoro, era stato detto che la conferma della sua assunzione sarebbe dipesa dal raggiungimento di una certa quantità di pezzi/ora: una soglia molto, molto elevata. La consapevolezza della difficoltà del compito lo aveva spinto ad inventarsi una soluzione, tutta a suo rischio. Aveva bloccato con il nastro adesivo entrambi i pulsanti. Questo accorgimento gli consentiva di abbattere i tempi di lavorazione, elevare il ritmo, raggiungere il traguardo produttivo assegnato. E guadagnarsi così il diritto di continuare a lavorare. Un istante, un istante solo di disattenzione lungo una sequenza interminabile di operazioni ripetitive gli è stata fatale. A 23 anni, una vita rovinata. Ebbene, trent'anni dopo, la situazione è di molto peggiorata. Perché allora esisteva un rapporto di lavoro "canonico", il lavoro a tempo indeterminato. E quello a termine, per un ben delimitato numero di casi. Questo dava maggiori possibilità di sottrarsi alla pressione del padrone, almeno nelle aziende con più di 15 dipendenti, ove non era (e per ora ancora non è) consentito il licenziamento senza giusta causa. Oggi, la precarietà, incardinata in una mostruosa legislazione derogatoria e legittimata da una impressionante proliferazione di lavori "atipici", espone un'intera generazione al ricatto, che sempre si finisce per subire quando gli strumenti di difesa scompaiono e si impone la paura. Parlo del ricatto come modalità ordinaria, connaturata all'essenza stessa del rapporto di lavoro. In un simile scenario le persone sono spinte all'autosfruttamento, ad introiettare l'ineluttabilità dell'umiliazione. E del rischio. Il più irrimediabile dei quali è certo la perdita della vita, che diventa notizia solo quando si presenta con modalità raccapriccianti e mediaticamente spettacolarizzabili.
Ma che annega nell'assuefazione e nell'oblio quando si traduce nello stillicidio quotidiano. Poi, ci sono gli infortuni non mortali, spesso causa di postumi invalidanti permanenti. Sono stati oltre 35mila nel 2007. E le patologie da lavoro. Sono state quasi 29mila nello stesso anno. Oggi siamo in piena deregolazione. Governo e Confindustria puntano a manomettere quanto di positivo è stato introdotto con il Testo Unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, a rendere inefficace il concetto di responsabilità solidale dell'appaltante nei confronti dell'appaltatore, a depotenziare il ruolo delle Rsu, a depenalizzare parte delle violazioni di legge, a irretire le prerogative degli organi ispettivi, la cui già modesta attività il governo vorrebbe ulteriormente ridurre "per non aggravare" la crisi che colpisce l'apparato produttivo. Quanto alla magistratura, si è dimostrata, in tanta sua parte, più sensibile alla competitività delle imprese che non alla sicurezza dei lavoratori, come invece impone solennemente l'articolo 41 della Costituzione. Archiviazioni, prescrizioni, sanzioni amministrative risibili. Mai un imprenditore che paghi penalmente, quale che sia il danno di cui si è reso responsabile. Sicché quando un magistrato come Raffaele Guariniello chiede ed ottiene il rinvio a giudizio dei dirigenti della Thyssen Krupp con il capo di imputazione di "omicidio volontario", ecco levarsi le proteste indignate di non pochi che sino a poco prima si erano uniti al dolore dei familiari delle vittime. Vediamo che il Capo dello Stato è tornato anche ieri sull'argomento. Fa bene, Napolitano, a insistere, perché anche la sordità persiste. Del resto, chi lesina il salario e affama i lavoratori è difficile che investa nella loro sicurezza. La campagna che da oggi rilanciamo insieme a "Carta" e "il manifesto" attraverso il Dvd che trovate in edicola con il giornale non smetterà di battere su questo chiodo. Giorno dopo giorno.

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