"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

28 febbraio 2009

Giù le mani dal diritto di sciopero

di Roberta Fantozzi, resp. naz Lavoro e Welfare del PRC-SE

La macchina politico-mediatica si è messa in moto ed è evidente l'operazione del governo. Quello che sta accadendo sul diritto di sciopero è l'ulteriore gravissima puntata di un disegno ben preciso: il disegno di riscrivere le relazioni sociali nel nostro paese smantellando i diritti del lavoro e la sostanza della democrazia, il disegno di gestire la crisi con un salto di qualità autoritario. Ma la macchina mediatica si è messa in moto, per l'appunto, contro gli "scioperi selvaggi", le "minoranze che bloccano il paese", come se scioperare fosse l'atto leggero di pochi scriteriati e non l'azione a cui si è costretti, pagando di tasca propria con la diminuzione di salari magrissimi. I più bassi d'Europa, giova ricordare. La macchina mediatica si è messa in moto per presentare l'attacco gravissimo del governo al diritto di sciopero come la benevola preoccupazione del sovrano per la qualità della vita delle persone, per il loro diritto alla mobilità. Come riportavano alcuni giornali, il Ministro Sacconi voleva intervenire a tutto campo, fino alla modifica dello stesso articolo 40 della Costituzione. Poi il progetto è stato accantonato e il testo che dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei Ministri interviene sul "solo" settore dei trasporti. Un settore nel quale si ritiene più agevole mettere i lavoratori l'uno contro l'altro - chi usa il mezzo pubblico contro chi lavora sul mezzo pubblico - per costruire il consenso all'operazione in atto. Così la vita grama dei pendolari, di quei lavoratori che aggiungono alla fatica del lavoro quella di un viaggio sempre più disagevole per le politiche di taglio al trasporto pubblico, la vita faticata di coloro che la rendita immobiliare ha espulso in questi anni in periferie sempre più lontane nel ridisegno classista delle nostre città, può essere utilizzata come uno strumento per costruire il consenso all'ulteriore stravolgimento della nostra democrazia. E' un'operazione che va impedita. L'attacco al diritto di sciopero è contenuto nell'accordo separato siglato da Confindustria, Governo, Cisl, Uil, Ugl, con le "tregue" dello sciopero previste durante la contrattazione e con la previsione che lo sciopero non sia più, nella contrattazione di secondo livello dei servizi pubblici, un diritto soggettivo del singolo lavoratore, ma una prerogativa riservata alle organizzazioni sindacali che rappresentino la maggioranza dei lavoratori. Ora il testo del governo vuole trasformare in legge quell'accordo, sancendo che solo laddove si tratti di sindacati rappresentativi di più del 50% dei lavoratori si possa indire uno sciopero, il che non si realizza sostanzialmente in nessun caso, e prevedendo in alternativa l'obbligo di un referendum preventivo. In sostanza, ci vorrebbero mesi per poter indire uno sciopero. Sciopero che in alcuni comparti dovrebbe essere solo virtuale, cioè vado a lavorare ma mi decurtano il salario e con in più l'obbligo di adesione individuale preventiva: meccanismo chiaramente intimidatorio che nega l'essenza dello sciopero, azione collettiva, che in quanto tale riesce con la forza organizzata dei lavoratori a bilanciare l'asimmetria di potere che esiste tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro. Non vi è chi possa davvero credere che principi di tale natura una volta introdotti si fermino - e già sarebbe grave - al settore dei trasporti. Non vi è chi possa davvero credere che non si tratti delle prove generali della volontà di svuotare il diritto di sciopero in quanto tale nel nostro paese. Per questo va messa in campo la più ampia mobilitazione sociale e politica. Va sollevato lo scandalo per un governo che vuole un referendum preventivo per poter indire uno sciopero, mentre nega alle lavoratrici e ai lavoratori di poter votare su piattaforme e accordi. Un governo che pretende di stabilire le regole per la contrattazione, contro la più grande organizzazione sindacale e senza alcun referendum dei lavoratori. Va disvelata tutta la portata del nuovo attacco che si vuole portare al lavoro e alla democrazia. Il governo vuole colpire il diritto di sciopero per impedire la resistenza alle proprie politiche, di taglio e smantellamento dei servizi, di privatizzazione dello stato sociale. Il governo vuole colpire il diritto di sciopero perché non vuole che, nella crisi, i lavoratori rispondano con la mobilitazione e con il conflitto. Per quanto sta in noi, costruiremo la più ampia, determinata, duratura mobilitazione.

Contro l'equirapazione tra partigiani e repubblichini. Contro la proposta di legge n. 1360.




Di fronte all’attacco che da anni si muove contro il movimento di liberazione partigiano e alla Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza e che negli ultimi mesi si è pericolosamente intensificato fino a minare le basi della democrazia italiana, il Circolo di Rifondazione Comunista di Montecchio Emilia ha deciso di presentare una mozione in Consiglio Comunale di ferma condanna alla proposta di legge n. 1360 avente per oggetto l’istituzione dell'Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra.

Questa proposta di legge di fatto parifica il movimento partigiano alle milizie della Repubblica Sociale Italiana.

La mozione è depositata in Comune e a disposizione di tutti i Consiglieri Comunali che si ritrovano nell’antifascismo e che vogliono sottoscriverla.

Testo dell'Ordine del Giorno depositato.

Questa destra è antagonista della Repubblica nata dalla Resistenza

L'Ordine del Giorno è stato approvato dal Consiglio Comunale di Montecchio Emilia

27 febbraio 2009

Barbarie

da http://www.nuovomunicipio.org

Accadono strane cose, in questa Italia che cerca maldestramente di dimenticare la crisi. Primo, ignorando completamente una deliberazione direttamente espressa dal Popolo sovrano, e in seguito mai riveduta, il Governo sigla con la Francia un accordo internazionale vincolante che prevede l'allocazione sul nostro territorio di 4 nuove centrali nucleari, con l'evidente effetto di forzare la mano a qualunque decisione successiva in merito. Secondo, ignorando completamente una sentenza della magistratura competente esplicita al riguardo, prima tenta di rendere obbligatorio per decreto l'accanimento terapeutico, poi mette in cantiere una legge sul testamento biologico il cui «principio fondamentale» - per espressa dichiarazione del Ministro competente - è che «la Vita non appartiene all'Uomo». Terzo, ignorando completamente i principi della legalità costituzionale e per nulla intimorito dal fiorire di episodi «raccapriccianti» di intolleranza xenofoba, legittima sempre per decreto ronde spontanee di sorveglianza del territorio (su questo è attesa nelle prossime ore una presa di posizione apertamente critica della Rete, che vi comunicheremo a parte). In ultimo, non pago di queste violazioni patenti dello Stato di Diritto, si accinge a varare un progetto di riforma costituzionale la cui plausibilità lo preoccupa solo in termini di voti disponibili, in Parlamento, per raggiungere la maggioranza qualificata; il tutto senza avviare alcuna discussione con le "parti sociali" - in veste diretta o rappresentata. C'è davvero poco da dire di questi nuovi profeti, se non che (Matteo, 7:16) «li riconoscerete dai loro frutti» - i quali a quanto pare non piacciono neanche a loro: vendite al dettaglio al -1,9% a Dicembre, disoccupazione al +2% nel 2009 con una previsione dell'8,5% complessivo per il 2010, PIL al -2,5% quest'anno, con deficit e debito che salgono rispettivamente al 4% e al 110,3% del PIL, pareggio di bilancio rinviato a data da destinarsi. Si dirà - e con parziale ragione - che questo non è colpa di chi ci governa, che dipende da una congiuntura globale su cui nessuno può fare nulla; ma è proprio questo che contestiamo. Primo perché non è vero, una svolta radicale nelle nostre scelte di "sviluppo" appare, oggi, non solo possibile ma obbligata, e sta solo a noi (e a chi ci rappresenta) decidere se favorirla o ostacolarla; secondo perché nessuna contingenza, nessuna emergenza può giustificare l'introduzione di norme che non si possono leggere se non come un rigurgito di barbarie - e di fronte alle quali lo scandalo, pur nobile, è una forma di reazione assolutamente insufficiente.

21 febbraio 2009

I neofascisti aggrediscono un compagno a pochi metri dalla Direzione nazionale

dichiarazione di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale del PRC-SE

Denunciamo con forza la gravissima aggressione subita poche ore fa da un compagno di Rifondazione che lavora alla sede della Direzione nazionale del Prc, aggredito in maniera brutale da un gruppo di militanti di estrema destra che stazionavano a pochi passi dalla sede nazionale del Prc con la scusa di attaccare manifesti proprio sotto la nostra sede.

Il ragazzo che lavora al prc e che è stato pesantemente aggredito si trova in questo momento al Pronto soccorso dell'ospedale Policlinico di Roma e sporgerà denuncia contro ignoti.

E' inaccettabile che a meno di 20 metri dalla sede nazionale del Prc sia permesso a militanti dell'estrema destra di agire indisturbati, di propagandare le loro idee politiche fasciste e antisemite a pochi passi dalla sede nazionale del Prc e di aggredire a freddo chi qui pacificamente vi lavora.

20 febbraio 2009

Il lavoro NON HA NAZIONE

Storie. Khedidja, la delegata che rappresenta gli italiani

È algerina ma si sente più italiana di Bossi. Marito della Guinea e tre figli «mulatti» che parlano la nostra lingua senza inflessioni. Khedidja Sayah lavora alla Tecnogas di Reggio Emilia, è rispettata da tutti perché si batte per l'unità degli operai

Khedidja Sayah è algerina e da 11 anni vive in Italia. Da 5 anni è operaia alla catena di montaggio della Tecnogas - il padrone è lo stesso Antonio Merloni che dalle Marche ha esportato la crisi in tutti gli stabilimenti in suo possesso - di Gualtieri, provincia di Reggio Emilia, meglio dire Bassa Reggiana che in realtà è a nord del capoluogo, verso la Lombardia. È sposata e ha tre figli «mulatti», il suo compagno è della Guinea e anche lui «fa l'operaio metalmeccanico».

Da 3 anni Khedidja è delegata sindacale, tessera Fiom.

Nell'intervento pronunciato con passione dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione nazionale dei lavoratori metalmeccanici e pubblici, aveva chiesto: «Bossi mi vuole togliere il visto di soggiorno e rispedirmi a casa? Va bene, lo accetto. Ma a voi italiani chiedo di togliere a Bossi il permesso di soggiorno in Italia, visto che attacca la Costituzione che è di tutti». Ci siamo fatti raccontare il suo lavoro, il rapporto con le operaie e gli operai, sia «italiani» che immigrati, che si rivolgono a lei dopo averla votata: da lei si sentono pienamente rappresentati, in questa crisi che alla Tecnogas è esplosa ben prima della bolla finanziaria.

«Lavoro alla catena di montaggio, assembliamo cucine e forni. Alla cadenza del lavoro fissata corrisponde un certo numero di elettrodomestici al giorno, variabile a seconda della complessità e delle dimensioni del prodotto. Da tempo, però, in Tecnogas si lavora poco o niente e le settimane di cassa integrazione diventano mesi. Lo sai che non ricordo da quanto tempo non ricevo una busta paga intera? Sono stata anche in cassa a zero ore, e lo sai che quando resti per un mese intero a casa arrivi a prendere solo 680 euro? Pensa che, prima di quest'ultima crisi, da noi potevamo guadagnare anche 1.400 euro, grazie al premio di risultato strappato con la lotta. Ora, dopo la richiesta di insolvenza e l'utilizzo della legge Marzano per la Antonio Merloni, è tutto congelato dalla procedura: premio, trattamento di fine rapporto, ferie».

La storia dell'Antonio Merloni è stata più volte raccontata sul manifesto, con le parole dei delegati e delle delegate di Fabriano, in provincia di Ancona. Alla Tecnogas «i guai seri sono iniziati 4 anni fa, i primi responsabili sono i manager che con una pessima organizzazione del lavoro hanno penalizzato il gruppo. Ma le responsabilità vanno cercate anche altrove, in tutte le direzioni. Nelle Marche crescevano gli esuberi, ma si sa, quella è la terra in cui i Merloni sono padri-padroni e in più, laggiù la Fiom non ha la maggioranza come qui a Reggio. La crisi non è mai stata affrontata con serietà, hanno sempre cercato di proteggere il territorio di riferimento e i figli. Così si è fatto male a tutti, e c'è qualcosa che non va se il padrone decide di mettere 190 milioni di tasca sua, soldi buttati in un pozzo senza fondo».

Khedidja è stata eletta delegata dal voto di «operai e operaie immigrati, ma soprattutto dagli italiani perché alla Tecnogas gli stranieri sono soltanto un centinaio su una forza di lavoro totale di 500 persone. Sono molto orgogliosa per questo e sono riconoscente al mio delegato storico che mi ha insegnato tutto, mi ha fatto crescere. Da noi la Fiom ha la maggioranza, del resto siamo a Reggio Emilia. Questo è un territorio speciale, e la nostra è una Cgil speciale. Da gennaio sono in distacco sindacale con legge 300 dello Statuto dei lavoratori. Ebbene, io come tutti gli altri compagni sindacalisti o delegati in distacco giriamo fabbrica per fabbrica dal mattino alla sera, mica stiamo in sede dietro la scrivania a scaldare le sedie».

È soltanto da un mese che Khedidja ha lasciato la sua fabbrica e già «mi mancano i compagni, mi manca il lavoro. Ma non ho tempo per le nostalgie, passo i giorni in strada a difendere i lavoratori. Provo a portare ovunque l'esperienza che abbiamo costruito alla Tecnogas. A Roma, a San Giovanni ho citato Vittorio Foa che diceva «dobbiamo essere d'esempio» ma non ho avuto il tempo per spiegarmi: volevo dire che noi alla Tecnogas lo siamo stati d'esempio, perché abbiamo costruito una rete forte basata sulla solidarietà, al di là del genere, della razza, del colore della pelle. Noi abbiamo due strade davanti, o siamo protagonisti del nostro futuro, almeno ci proviamo, altrimenti fai lo struzzo, metti la testa sotto la sabbia e subisci tutto. E' questo che vado predicando, tra una trattativa e l'altra».

Torniamo alla Tecnogas con la delegata algerina biturbo. Come si rapportano a te le operaie e gli operai italiani?

«Con me non hanno problemi, si parla di tutto. Anche di stranieri, di 'clandestini', poi magari qualcuno mi dice imbarazzato: 'Scusa, avevamo dimenticato che anche tu sei straniera'. Si vede che io faccio dimenticare la mia nazionalità. Io sono aperta al confronto, questa è la mia forma d'integrazione dentro un sindacato che per me vuol dire innanzitutto rappresentanza, senza divisioni di sesso o nazione».

Cos'è che vi tiene uniti, alla Tecnogas, a Reggio?

«I diritti che devono essere uguali per tutti. La dignità del lavoro. La Costituzione italiana che sento anche mia e che oggi qualcuno vuole stracciare insieme al mio permesso di soggiorno. Il più piccolo dei miei figli è nato in Italia, gli altri due sono arrivati qui che avevano rispettivamente 1 e 2 anni. Parlano italiano, senza accenti», racconta Khedidja con una leggera inflessione emiliana. «E ora, signor Bossi, che dovrei fare? Tornare là da dove sono venuta? Lo sai che ogni volta che ho bisogno di un documento di uno dei miei due figli nati fuori sono costretta a fare un viaggio per andarli a prendere? Con la carta di soggiorno potrei avere la cittadinanza italiana, ma ci vorrebbero almeno 6 o 7 anni».

Khedidja è molto preoccupata per la strada che ha imboccato il paese per il quale produce ricchezza, per certe leggi e certe parole di Bossi e dei suoi «che producono odio, e l'odio genera insicurezza e viceversa. Io chiamo all'amore non all'odio: amo più l'Italia io o il signor Bossi? Amo questo paese, e sono contro chi lo vuole dividere».

In fabbrica, nella Fiom, sei riconosciuta e apprezzata. Sei una figura positiva. Cosa ti succede quando varchi i cancelli ed entri nella società?

«Io sono una specie di Cenerentola adottata da tutti, rispetto tutti e vengo rispettata. Si discute, alla fine ci si incontra. Oh, guarda che siamo a Reggio Emilia», insomma un posto un po' speciale. «Le mie passioni, i miei amori, i miei interessi sono in Italia, questo fa la differenza. Ai migranti dico: guardiamoci allo specchio, abbiamo i capelli bianchi, lavoriamo qui e non siamo più gente di passaggio. Siamo abitanti di questo paese, perciò dobbiamo partecipare, dobbiamo impegnarci». In politica? «Macché, nel sindacato, siamo lavoratori. Non algerini o italiani, lavoratori, e io rappresento i lavoratori. Poi sono impegnata nel coordinamento migranti che abbiamo costruito come Cgil e Fiom. E' nel sindacato il mio impegno, le chiacchiere servono a poco».

Dunque, sarà perché vivi nel Reggiano e la tua integrazione l'hai realizzata, resta il fatto che nella società non trovi muri insormontabili come immigrata.

«Io no, e neanche i miei figli. Qualche volta, quando erano più piccoli mi dicevano che magari un loro compagno li aveva apostrofati: 'Negri!'. Io dicevo loro di non prendersela, 'sono degli stupidi, vedrai che con il passar del tempo capiranno. Ora non ci sono più questi problemi, noi siamo un esempio di tolleranza, da queste parti».

Però monta un clima pesante, in un'Italia che non assomiglia più di tanto a Reggio Emilia...

«Certo, sono molto preoccupata. Innanzitutto per le conseguenze di questa crisi economica così pesante. Atteggiamenti razzisti e leggi sbagliate rischiano di scatenare una guerra tra poveri, soprattutto quando non c'è più lavoro per tutti: il nord contro il sud, i vecchi lavoratori contro i giovani, gli uomini contro le donne, gli italiani contro gli immigrati. Il governo Berlusconi sta giocando con il fuoco, sta generando una situazione pericolosa che a un certo punto non sarà più in grado di governare. Nessuno di noi può sentirsi al sicuro, perciò nessuno di noi deve chiamarsi fuori, o mettere la testa sotto la sabbia. Non saranno certo i militari o le leggi speciali a farci sentire più sicuri, tantomeno a risolvere i problemi provocati dalla crisi».

Questa chiacchierata l'abbiamo fatta durante una pausa mensa, Khedidja ha ritagliato un po' del suo tempo tra un'assemblea e una trattativa nella pausa mensa. La sua pizza è ancora sul tavolo, ormai si è freddata ma questo non le ha tolto il buon umore. La determinazione, questa rappresentante dei lavoratori con un volto che sembra tratto da «La battaglia di Algeri» di Gillo Pontecorvo, di sicuro non rischia di perderla.

Il tuo padrone alla Tecnogas sarà contento di essersi tolto di mezzo una delegata come te, la sfotto.

«Sì, sarà contento ma si sbaglia, perché dovrà pur sempre trattare con il delegato storico, quello che mi ha insegnato il mestiere».
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
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