"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

26 marzo 2009

Il Nobel a Berlusconi

di Giorgio Cremaschi, segreteria nazionale FIOM-CGIL

Prima di Berlusconi è stata la signora Melba Ruffo, in televisione a Domenica In, ad affermare che per uscire dalla crisi bisogna lavorare di più. La sua idea allora non riscosse un grande successo, non se ne colse la genialità. Non conosciamo le fonti che ispirano le acute intuizioni del Presidente del Consiglio, ma lui oggi ripete lo stesso concetto fornendogli quell'autorevolezza che prima mancava.
Lavorare di più per uscire dalla crisi, dunque. Bene, vediamo in concreto che significa, senza i soliti pregiudizi ideologici.
Immaginiamo che, prima di tutto, si pensi di far lavorare di più chi ha perso o rischia di perdere il posto, o chi è da lungo tempo in Cassa integrazione. Quindi i lavoratori della Fiat di Pomigliano, i tessili di Prato, le lavoratrici della Indesit di Torino, i cassintegrati dell'Alitalia, i precari pubblici e privati che rischiano di scomparire dal ruolino dell'occupazione, e tante e tanti altri. Secondo dati che il governo considera allarmistici, ma che tutte le fonti confermano, entro la fine dell'anno avremo oltre 500 mila cassaintegrati e altrettanti disoccupati in più. Far lavorare di più un milione di persone che non lavora affatto non dovrebbe essere difficile per il cavalier Berlusconi, visto che sulla promessa di un milione di posti di lavoro ha fondato la sua discesa nel campo della politica.
Ma come, dove? Sono lavori pubblici, quelli che vengono offerti? E' la costruzione del Ponte di Messina? E' la stanza in più nell'appartamento che ogni famiglia, anche nei palazzi a venti piani, potrà costruire secondo un'altra promessa del Presidente del Consiglio?
Una promessa che solo incalliti detrattori possono trovare in contrasto con le leggi urbanistiche e anche con quelle della fisica. E' un impegno che otterrà dalla Confindustria della signora Marcegaglia, che ha chiesto e ottenuto recentemente "soldi veri" dal governo? Non è chiaro.
A meno che il lavoro in più a cui potrebbe dedicarsi questo milione di persone non sia il lavoro nero, quello che secondo un altro acuto comunicatore, il ministro Brunetta, costituirebbe un vero e proprio ammortizzatore sociale.
Ma forse stiamo equivocando. Berlusconi parlava di far lavorare di più quelli che ancora lavorano. Qui facciamo fatica a capire come e cosa ci guadagnano i disoccupati, a cui governo e imprese non offrono lavoro dignitoso, se gli occupati lavorano di più. Secondo noi così si aggrava la crisi, ma il nostro è probabilmente un vecchio schematismo ideologico e anche matematico, che non crede che in economia si possano moltiplicare i pani e i pesci. Come invece hanno creduto coloro che hanno comprato i derivati e i vari titoli spazzatura e che erano convinti che l'economia non fosse più sottoposta ad alcuna legge.
Comprendiamo che alla parola legge il Presidente Berlusconi abbia una reazione stizzita. Ma stia tranquillo, la violazione delle leggi dell'economia non è reato da nessuna parte e anche coloro che negli Stati Uniti hanno pensato di poter vendere e comprare all'infinito il Colosseo, la stanno facendo quasi tutti franca.
Secondo noi, quando un'economia è depressa o in crisi, sarebbe necessario, prima di tutto, redistribuire il lavoro e i redditi, invece che accumulare disuguaglianza tra chi può lavorare e chi no e, ancor di più, tra chi è ricco e chi no. Però è difficile far intendere il concetto di redistribuzione a chi pensa che sia offensivo anche solo sospettare che i ricchi non siano tali per diritto divino.
Allora il cavalier Berlusconi provi a spiegarci in concreto come funziona il meccanismo per cui se io lavoro il doppio e tu lavori niente, abbiamo un lavoro per uno. Provi a superare il significato profondo del sonetto di Trilussa e magari potrà concorrere al Nobel per l'economia. In fondo, nel passato, quel premio l'hanno ottenuto persone che avevano idee più strambe e anche più dannose delle sue.

23 marzo 2009

Sullo stato della crisi a Montecchio

Il Circolo di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea di Montecchio Emilia esprime forte preoccupazione per la situazione socio-economica che si sta determinando, a causa della crisi, anche nel nostro paese così come dimostrano i dati diffusi dalla CGIL che già ad inizio 2009 segnalava la presenza sul distretto di circa 1.200 lavoratori interessati da Cassa integrazione ordinaria e di almeno 600 precari non riconfermati e quindi scoperti da ammortizzatori sociali.

Molte aziende di Montecchio (su tutte SBC, BIGLIARDI, CIAM, UNIDECK, DIECI, FASMA) hanno già avviato la cassa integrazione e molte altre potrebbero farlo nel breve periodo mettendo così in gravi difficoltà economiche sia i lavoratori espulsi dal mondo del lavoro (e cioè a reddito zero) perché interinali o a tempo determinato sia quelli che, in cassa integrazione, vedranno ridursi anche del 40% lo stipendio (dovendo vivere con 600-700 euro al mese).

Rifondazione Comunista ritiene che la cassa integrazione sia da applicare solo quando effettivamente indispensabile, il più possibile "spalmata" e a rotazione tra i lavoratori, in modo da minimizzare, per quanto possibile, le ricadute economiche sui lavoratori stessi. L'utilizzo della cassa integrazione va poi abbinato ad un fattibile piano industriale di rilancio economico-produttivo.

Le istituzioni pubbliche, a partire dal Comune, devono mettere a disposizione tutti gli strumenti diretti ed indiretti atti ad alleviare lo stato di crisi che già ora, ma ancora di più in futuro, colpisce molti lavoratori.

Stigmatizziamo dunque l'atteggiamento di quelle aziende, presenti anche sul territorio montecchiese (es. Dieci) che non seguono questi criteri e manteniamo l'attenzione anche sulla situazione degli apprendisti di CIAM e Unidek, che rischiano di rimanere fuori dagli ammortizzatori sociali.

Come Circolo di Montecchio Emilia del Partito della Rifondazione Comunista ci accingiamo a presentare in Consiglio Comunale un Ordine del Giorno che impegni la Giunta a riaprire i tavoli di trattativa tra le controparti e farsi garante di tali indicazioni.

21 marzo 2009

Senza volto: nessun diritto, nessuna pietà

di Vinicio Albanesi, Comunità di Capodarco

E' morto al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, con il titolo generico di immigrato algerino di quarant'anni, senza nome: pure tossicodipendente. E' una delle storie ricorrenti nelle nostre strutture di ammasso di esseri umani che non hanno volto. Non l'hanno perché non hanno identità, né diritti. Intromessi, senza permesso, nel nostro territorio nazionale, non hanno acquisito rispetto. Che ringrazino Dio per non essere stati bombardati, qualcuno commenterà.
Per carità: la magistratura farà le sue indagini, compresa l'autopsia. Resterà una vita vissuta per nulla. Bruciata dagli eventi, dalle sue responsabilità, dalla sua migrazione, dalla sua incapacità a ritagliarsi uno spazio nella storia. A differenza di altre vite, il suo malore non ha avuto considerazione, né ha destato allarme: i suoi dolori sono stati confusi con quelli simbolici che esprimono comunque malessere e sofferenza. Succede nelle nostre carceri, nei nostri manicomi, nei nostri ricoveri. Non occorre essere scienziati per capire che un allarme lanciato è comunque sintomo di malessere: il ricorso al sentirsi male è l'unico richiamo possibile per destare pietà. Nella disumanità delle strutture globali nemmeno la pietà funziona. La vita continua nella distinzione che esiste da sempre: tra chi ha e chi non ha.
Si dice spesso che la vita è indisponibile. Bisognerebbe aggiungere: per chi se lo può permettere. Perché altrimenti la vita diventa disponibilissima: per fare le guerre, per essere incarcerati, ammassati, trascurati, vilipesi, abbandonati.
Non esistono scale che misurino tolleranza, attenzione, dignità. Al contrario si ergono coloro che giustificano, ammiccano, dimostrano che tutto è regolare. Regolarissimo. Abbiamo già assistito a scenari simili: tutto in ordine. L'intervento, la fatalità, la normalità: gli stessi che non hanno avuto pietà sono giudicati da altrettanti che non avranno pietà. Appartengono alla stessa specie. Non ci saranno avvocati di grido in contraddittorio; non ci sarà risarcimento a nessuno; la vicenda non farà notizia. Nessuno sarà condannato perché la legge non prevede il reato di disumanità.
Non saranno chiusi i centri di identificazione ed espulsione; non saranno resi umani, perché chi vi è rinchiuso è un non-cittadino. Sono stati inventati per garantire i più contro le orde di barbari che si permettono di disturbare identità nazionali, portando disordine e altre sub culture. Anzi saranno confermati per garantire più umanità a chi ne ha già abbondante. Esistono storie e non storie.
Come sempre, nella catena dei secoli che trascorrono. Di più: ci sarà chi ricostruirà le vicende a propria dimensione e conforto. Citando fatti e nascondendone altri. Giudicandone alcuni importanti, altri ininfluenti.
La dignità di ogni essere vivente (animali, piante, persone) non può ammettere distinzioni quantitative e qualitative: si inquina altrimenti ogni convivenza. La parola democrazia, l'essere popolo perderebbero ogni valore. Con una vendetta terribile. Se il rispetto non è garantito a tutti indistintamente, senza aggiungere alcuna condizione, la disumanità colpirà chi è debole, indifeso, vecchio, malato, delinquente, ininfluente. Non sarà più solo un algerino immigrato a non ricevere ascolto, ma anche un cittadino italianissimo che è caduto, suo malgrado, nella condizione di un immigrato irregolare. Inventeranno tante strutture, quante necessarie, per rinchiudervi dentro chi non conta più. E continueranno a parlare di democrazia, di rispetto, di partecipazione.

20 marzo 2009

Perché mi sono iscritto a Rifondazione Comunista

di José Luiz Del Roio

Una volta, in una sezione, mi hanno chiesto come una persona giunga a iscriversi a un partito comunista. Diedi una risposta classica dei tempi andati. Perché segue i cammini del cervello, del cuore o dello stomaco. Mi sembra chiaro, no? Con il cervello analizza i processi che la circondano, sente che l'impalcatura economica costruita consuma la vita, nel suo senso più ampio, e attraverso la teoria e la conoscenza cerca di trovare un sistema più giusto.
Quando le ingiustizie che ti circondano non sono più sopportabili, quando l'indignazione giunge al suo culmine, quando la pietà, nel suo più alto significato, ti coinvolge, il suo cuore è pronto a trovare uomini e donne che possano avere i suoi stessi sentimenti.
Se mancano i mezzi base di sussistenza, la salute, l'educazione e anche il cibo e l'acqua - mentre una minima parte della società è avvolta nel lusso estremo - la giusta ribellione prende piede nella
persona. Se essa capisce che la sua posizione non la conduce a nulla se combatte da sola, cercherà un collettivo nel quale trovare solidarietà e risolvere i suoi problemi grazie ad una lotta collettiva.
E' per questo che serve un partito rivoluzionario.
Sempre molti decenni fa, sono stato ad una riunione in una povera sede del Partito Comunista Peruviano. Era incredibile, ma io, con molto imbarazzo, ero andato fino là per chiedere solidarietà. Le compagne e i compagni presenti, con le loro facce indie, segnate dal duro lavoro e dalle privazioni, non esitarono un minuto. Tutto quello che avevano era da dividere con i compagni esiliati brasiliani. In quel locale vi era un piccolo ritratto di José Carlos Mariategui e una scritta sincera: «Non chiedere quello che il partito può fare per te, ma quello che tu puoi fare per il partito». Si può dire un po' cinicamente "retorica stalinista". Ma quei militanti ci credevano veramente. La loro ambizione era totale, modificare il loro paese e il mondo in una direzione più egualitaria. Non cercavano cariche ed emolumenti, ma auspicavano qualcosa di molto più grande e collettivo.
Per questo erano solidali e condividevano il poco che possedevano.
Continuando nei miei ricordi, devo dire che ho militato per 23 anni nel Partito Comunista Brasiliano, attraverso le sue scissioni e ricomposizioni. Sempre in clandestinità. Quei miei compagni e compagne avevano davanti a sé la quotidianità dell'esclusione, del reprimere i sentimenti, del carcere, della tortura e della morte. Così come è stato durante il fascismo in Italia. Che cosa potevano mai chiedere al partito? Niente. E' per la causa nella quale credevano che davano la vita.
Erano tutti santi quei militanti? Assolutamente no. Avevavo su di sé i segni di una società elitista, violenta, corrotta, egoista e patriarcale. Ma tentavano di superarsi, alcuni riuscirono ad avanzare molto, altri poco e tanti difetti rimanevano.
L'inarrestabile flusso della storia ci porta ai nostri giorni. Sotto tanti aspetti molto meno drammatici, ma sotto altri segnati da un vero vortice di inferno. La crisi sistemica del capitalismo, secondo la mia analisi la più grave che questo modo di produzione abbia mai conosciuto, porta nel suo seno, in Italia e non solo, il massacro sociale dei lavoratori, l'assenza di speranza per i giovani, l'inacidirsi delle relazioni sociali, il razzismo, il rafforzamento del patriarcato, l'accaparramento dei beni comuni, il disprezzo ancora maggiore per l'ambiente.
Come non poteva non essere, esiste un'altra faccia della medaglia. Il nemico si è indebolito, il capitale finanziario boccheggia, l'imperialismo non trova risorse per proseguire le sue offensive. E la speranza di raggiungere concretamente il socialismo rifiorisce con impeto in America Latina. Vuol dire che, una volta di più, l'Italia ha bisogno dei comunisti.
Da qui la mia decisione, tutta personale, sul filo della ragione e del cuore (lo riconosco: poco significativa) di iscrivermi al Partito della Rifondazione Comunista. I grandi motivi sono stati esposti, ma ve ne sono anche di minori. Nella difficoltà, è il momento di affiancare Rifondazione, che è stata generosa con tanti. Sono uno di quelli con cui il Partito è stato generoso, eleggendomi al Senato. Ho conosciuto il dolore, il coraggio e la ribellione di Haidi Giuliani, mia compagna sui banchi del Senato. So che i suoi passi sono molto meditati. Se ha deciso di fare un gesto così serio come chiedere la tessera di Rifondazione deve avere ragione: e così l'ho seguita.
Alcune parole per il "mio" circolo, il "Perucchini" di Milano. Già conoscevo gran parte dei suoi iscritti. Si trova in un piccolo locale, quasi uguale alla sezione peruviana che ho ricordato. Ne sono orgogliosi come se si trattasse di un palazzo. Pagare il piccolo affitto mensile è una difficoltà che fa pensare ad alcuni film di Totò. Il lavoro non manca, vi è sempre la preoccupazione per qualche cosa. Seguire i più miserabili degli immigrati, i perseguitati di guerre abbandonati nelle macerie di un ex caserma, organizzare i lavoratori dell'ortomercato, creare gruppi di consumo solidale, accompagnare la situazione degli anziani in difficoltà nei grandi caseggiati, appoggiare una cooperativa sociale della zona, mantenere contatti e creare reti con la sinistra del territorio, lottare contro l'abusivismo edilizio, organizzare corsi, distribuire volantini, formare gruppi informatici, partecipare alle manifestazioni nazionali ecc.
Il "mio" circolo non è unico, è solo un esempio di tanti altri, con i loro militanti che non chiedono nulla al partito e tutto danno. Ha difetti? Sicuramente, ma per adesso ne ho trovato solo uno: ci vuole una maggiore presenza femminile.

15 marzo 2009

Un nuovo intervento pubblico in economia

di Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC-SE

Le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro nei primi mesi di quest'anno rappresentano plasticamente la gravità della crisi. Una crisi che non è caduta dal cielo, non è il frutto di qualche cattivo banchiere che ha falsato le regole del gioco; una crisi che è il frutto proprio di quelle politiche liberiste che i capitalisti hanno portato avanti dagli anni '80 e che sono state condivise a livello politico sia dal centro destra che dal centro sinistra. Al centro di queste politiche abbiamo avuto la finanziarizzazione dell'economia e la sistematica compressione dei salari, delle pensioni e dello welfare. Politiche tutte orientate all'esportazione e alla speculazione finanziaria a breve hanno prodotto la situazione attuale: le banche sono piene zeppe di titoli che non valgono nulla e milioni di lavoratori non hanno i soldi per arrivare a fine mese, cioè per comprare le merci e i servizi che producono. Questa crisi è quindi una crisi del meccanismo di accumulazione capitalistico, non solo una crisi economica ma ambientale e alimentare. Da una crisi di questa natura non è possibile uscire senza una radicale messa in discussione della distribuzione del reddito e del potere e senza riprogettare il modello di sviluppo: cosa, come, per chi produrre. Se non si affrontano tali nodi, l'idea che la crisi sia destinata dopo un po' a risolversi "da sola" e che quindi si tratti solo di aspettare, è sbagliata.


Da questo punto di vista è evidente che la politica che sta facendo il governo Berlusconi non è finalizzata all'uscita dalla crisi da piuttosto all'uso della crisi a fini politici.

Berlusconi sta usando la crisi per costruire una organica svolta a destra: presidenzialismo, distruzione del sindacato, attacco ai diritti sociali e civili, aggressione all'ambiente e sua mercificazione, promozione di ideologie razziste, sessiste e clericali come "religione civile" del paese. Le ideologie reazionarie non sono un optional di questa politica: costituiscono il collante ideologico che permette di costruire consenso anche tra chi vede peggiorare la propria condizione. Bossi e il Papa svolgono la funzione deleteria che hanno svolto i nazionalisti e i nazionalismi all'inizio del ‘900. La gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale è l'obiettivo berlusconiano: il clerico fascismo per l'appunto. L'obiettivo della destra non è quindi l'uscita dalla crisi ma l'uso della stessa per costruire un regime reazionario.

Per uscire dalla crisi a sinistra e quindi per sconfiggere il progetto berlusconiano è quindi necessario costruire un movimento di massa per l'alternativa. Senza un progetto alternativo che unisca la difesa degli interessi materiali immediati ai valori civili e la proposta di uno sviluppo alternativo, di una rivoluzione ambientale e sociale dell'economia, non è possibile uscire positivamente dalla crisi.

Per questo dobbiamo far vivere dentro le lotte, a partire da quelle organizzate dalla Cgil e dal sindacalismo di base, la costruzione di una piattaforma di alternativa: pesante redistribuzione del reddito e salario sociale per tutti i disoccupati, intervento pubblico in economia per praticare la riconversione ambientale e sociale della stessa, proposta di un nuovo umanesimo laico che veda nell'autodeterminazione degli uomini e delle donne il punto focale. Per superare la frammentazione sociale e la guerra tra i poveri è decisivo che una piattaforma concreta di riunificazione sociale viva dentro la costruzione delle lotte.

Per questo dobbiamo proporre a livello europeo una radicale messa in discussione dell'Europa di Maastricht, costruita da socialisti e popolari, che ha costituzionalizzato il neoliberismo e il cui monumento è la Banca Centrale Europea, dove un pugno di tecnocrati decidono delle nostre vite senza alcun vincolo democratico e sociale.

La tassazione delle rendite finanziarie, la tobin tax sulle transazioni speculative, la rottura di ogni relazione finanziaria con i paradisi fiscali, la possibilità per i lavoratori di tornare in possesso del loro Tfr abbandonando i Fondi Pensione sono tutti elementi di questo disegno che dobbiamo far valere nelle lotte e nelle elezioni europee.

Il punto centrale di questo progetto è la proposta di un nuovo intervento pubblico in economia. Berlusconi propone un intervento pubblico distruttivo delle relazioni sociali e dell'ambiente: dal via libera alla speculazione edilizia alle centrali nucleari. Noi dobbiamo proporre un intervento pubblico che, a partire dalla nazionalizzazione delle banche e dallo stop ai contributi alle imprese, attivi ricerche e produzioni finalizzate alla soddisfazione dei bisogni sociali e non ai profitti.

Il livello europeo e quello delle lotte sono i terreni decisivi per la richiesta dell'alternativa. Uscire dal chiacchiericcio del bipolarismo tra simili che caratterizza il dibattito politico italiano e far emergere la concreta urgenza dell'alternativa nelle lotte e nella campagna per le europee è il nostro compito.
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
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Economia e Politica