"Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada" Majakovskij

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18 dicembre 2009

Federazione della Sinistra: al via una campagna referendaria su legge 30, nucleare e acqua.


FEDERAZIONE DELLA SINISTRA: AL VIA UNA CAMPAGNA REFERENDARIA SU LEGGE 30, NUCLEARE, ACQUA. OGGI IL PRIMO CONSIGLIO NAZIONALE DELLA FEDERAZIONE HA ELETTO COORDINAMENTO E PORTAVOCE NAZIONALE.

Sarà una grande campagna referendaria su alcuni elementi-chiave (battaglia per la pubblicizzazione dell'acqua, richiesta di abrogazione della legge 30, no al nucleare) a dare il via, da gennaio, alle battaglie sociali della neonata Federazione della Sinistra, patto federativo che ad oggi comprende Prc-Se, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà ma che vuole aprirsi il più possibile a tutte le istanze sociali, sindacali e associative che oggi compongono l'area della sinistra alternativa del nostro Paese.

Lotta alla precarietà, dunque, attraverso la richiesta di abolizione della legge 30 e delle leggi ad essa collegata per restituire un futuro di lavoro stabile e sicuro alle nuove generazioni, lotta al programma di re-introduzione delle centrali nucleari che vuole impiantare in diverse regioni italiane il governo Berlusconi e lotta per la difesa dell'acqua ma anche della sanità e del welfare pubblico contro i tentativi di imporre una loro gestione privatistica. Questi i punti-chiave della campagna politica e sociale della Federazione della Sinistra che, a partire da gennaio, raccoglierà le firme su questi tre fronti per dei referendum popolari.


La Federazione della Sinistra lancia anche un appello a tutte le forze politiche e sociali presenti nel nostro Paese per unire le forze, in vista delle prossime elezioni Regionali, e per ricostruire, tramite un processo aggregativo, una sinistra d'alternativa unitaria sulla quale possano convergere i voti e le aspettative di tutta la sinistra diffusa italiana.

Queste, in sintesi, le decisioni prese oggi dal primo Consiglio nazionale della neonata Federazione della Sinistra (Prc, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà). Il Consiglio nazionale della Federazione è composto da 70 membri ed ha anche eletto un coordinamento ristretto di 7 persone (così composto: Paolo Ferrero, Claudio Grassi, Rosa Rinaldi per il Prc, Alessandro Pignatiello e Orazio Licandro per il Pdci, Cesare Salvi per Socialismo 2000 e Gianpaolo Patta per Lavoro-Solidarietà) e un portavoce nazionale, che per i primi tre mesi sarà il segretario del Prc Paolo Ferrero.

24 novembre 2009

No Berlusconi Day - Manifestazione Nazionale Opposizione Sociale

A tutti i partiti politici dell’opposizione
Ai sindacati
Alle associazioni
Alla società civile

La crisi economica sta determinando una sofferenza sociale sempre maggiore. L’aumento della precarietà, la perdita di posti di lavoro, salari e pensioni con cui si fatica ad arrivare a fine mese sono il panorama comune a tutto il Paese.
Il Governo invece di intervenire per risolvere questa situazione la aggrava con tagli alla spesa sociale e all’istruzione, con la compressione di salari e pensioni di cui l’attacco al contratto nazionale di lavoro è solo l’ultimo atto. Inoltre, questo Esecutivo si adopera a fomentare la guerra tra i poveri con provvedimenti razzisti e xenofobi sull’immigrazione.
Come se non bastasse, il Governo ha varato provvedimenti come lo scudo fiscale che legalizzano l’evasione fiscale e il malaffare, ha stanziato una quantità enorme di denaro per le banche, per l’acquisto di cacciabombardieri e per grandi opere inutili come il ponte sullo stretto di Messina.
Il Governo contribuisce, quindi, ad aggravare la crisi, difende i poteri forti e parallelamente si adopera per demolire la democrazia italiana portando a compimento la realizzazione del piano della P2 di Licio Gelli. Le proposte di manomissione della Carta Costituzionale si accompagnano ad una quotidiana azione di scardinamento della Costituzione materiale, al tentativo di mettere il bavaglio alla libera informazione, di limitare l’autonomia della Magistratura, di snaturare il ruolo del sindacato e di ridurre al silenzio i lavoratori.
Per contrastare quest’operazione che è allo stesso tempo antidemocratica, fascistoide e socialmente iniqua, riteniamo necessario costruire una risposta politica generale, forte e unitaria.
Siamo impegnati a costruire un’opposizione di massa per ripristinare la democrazia nel paese e nei luoghi di lavoro e che obblighi il Governo a cambiare la politica economica e sociale.
Ecco perché chiediamo le dimissioni di Berlusconi anche alla luce della sua manifesta indegnità morale a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio.
E proponiamo a tutte le forze di opposizione di convocare per il prossimo 5 dicembre una manifestazione unitaria contro la politica del Governo e per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio.

Antonio Di Pietro - Paolo Ferrero

Stiamo organizzando i pullman per il No Berlusconi Day. Per informazioni o prenotazioni chiamare il 348 1728077 o scrivere a montecchio@rifondazione.re.it

19 novembre 2009

Rifondazione Comunista per l'acqua bene comune


Il governo Berlusconi, sordo come era facile prevedere alle migliaia di proteste dei cittadini e della società civile arrivate in queste settimane contro il ddl Ronchi, che di fatto privatizza le acque pubbliche italiane, ha posto la questione di fiducia al Senato, blindando il decreto. Come Rifondazione comunista abbiamo aderito con convinzione all'appello lanciato dal Forum italliano dei movimenti per l'acqua che ha chiesto al Parlamento italiano di ritirare il decreto legge 135, decreto con il quale si privatizza l'acqua in tutt'Italia. La difesa dell'acqua come bene comune è stata una delle battaglie caratterizzanti la storia di Rifondazione comunista. La scelta del Senato di privatizzare l'acqua oltre ad essere sbagliata e pericolosa in quanto fa diventare un bene essenziale e comune a tutti i cittadini un privilegio e profitto per pochi, è anche in controtendenza verso scelte che altri Paesi che precedentemente avevano optato per la strada della privatizzazione dell'acqua, che oggi sono tornati sui propri passi e che stanno ripubblicizzando i servizi idrici- Rifondazione comunista è stata e sarà presente in tutte le mobilitazioni in difesa dell'acqua pubblica e chiederà a tutti i propri eletti negli enti locali di impegnarsi a sostenere la difesa dell'acqua come bene comune e bene pubblico. Il Prc, infine, s'impegna a far diventare il tema dell'acqua pubblica uno dei temi forti della manifestazione del prossimo 5 dicembre, il No Berlusconi Day.

Ordine del Giorno presentato in Consiglio Comunale su principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico

08 novembre 2009

Noi e la caduta del muro

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale Rifondazione Comunista

Il 9 novembre, vent'anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell'elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui - nella migliore delle ipotesi - la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi, che siamo nipoti della lotta partigiana - quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto "morto per la libertà" - abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della Ddr abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.
Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli Stati Uniti hanno colto l'occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l'abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l'occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale, bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per "rinaturalizzare" il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto "contro natura" e in quanto tale barbarico. Gli anni '90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell'immaginario individuale e collettivo, a partire dall'industria cinematografica. La caduta del muro è stato l'evento simbolico utilizzato per costruire una grande narrazione di rilegittimazione del capitalismo. Kennedy non è più il presidente della guerra di aggressione al Vietnam o l'aggressore di Cuba con l'avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello.
Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni '70. Nella vulgata la libertà d'impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa narrazione ha un sapore mortifero di falsa coscienza: che Israele costruisca muri per imporre l'apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l'immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l'impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto - accolta dalla maggioranza del suo partito - di sciogliere il Pci in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all'aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.
Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che - come sottolineava Gramsci - non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo, ma di ristrette élite. La democrazia e la stessa costruzione di un'etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo, nella crisi capitalistica in atto, vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.
In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per sé un nuovo inizio per l'umanità. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima, ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare - all'Est come all'Ovest - contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell'Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.
Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell'Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l'obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell'antropologia dei comunisti e delle comuniste. L'obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L'utilizzo di due parole - rifondazione comunista - anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo i regimi del socialismo reale è uscito dalla fase dell'innocenza. Compito nostro, novantadue anni dopo la Rivoluzione Russa, il cui anniversario cade oggi, è farlo diventare adulto. E' un compito per cui val la pena spendere la vita.

17 ottobre 2009

L'accordo firmato dai sindacati "gialli" è scandaloso e inaccettabile. Siamo con la Fiom.

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

L'accordo separato firmato oggi tra gli industriali di Federmeccanica e Fim Cisl e Uilm, ormai ridotti al rango di sindacati "gialli" come negli anni Cinquanta, pronti ad accettare ogni ricatto e ogni richiesta dei padroni, è scandaloso, inaccettabile.
Questa firma corrisponde, peraltro, al peggiore frutto avvelenato dell'accordo separato firmato lo scorso 22 gennaio da Confindustria, Cisl e Uil, senza la Cgil e con la complicità partecipe del governo Berlusconi e del ministro Sacconi.
In tempi di gravissima crisi economica e sociale come questa, di fronte a salari sempre più da fame e ai profitti incredibili che gli industriali continuano a fare, si vogliono peggiorare ancora di più - e per contratto! - le condizioni salariali e di vita dei lavoratori metalmeccanici italiani.
Invitiamo tutti i lavoratori metalmeccanici a opporsi con ogni mezzo a questo accordo e ad appoggiare la lotta della Fiom-Cgil, lotta sacrosanta e giustissima contro questo accordo separata. Come Rifondazione comunista, in questa lotta saremo in prima fila.

17 settembre 2009

Ripartiamo dall'unità del partito

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

Ieri abbiamo espresso la piena solidarietà e il pieno sostegno ai lavoratori della Lares e della Metalli Preziosi che a Milano hanno occupato la fabbrica e sono saliti sul tetto. Lo abbiamo fatto in queste settimane con i lavoratori e le lavoratrici di altre fabbriche, così come abbiamo partecipato ai presidi dei precari della scuola. La Fiom ha dichiarato lo sciopero generale della categoria per il 9 ottobre.
L'autunno è cominciato con lotte radicali che pongono con chiarezza il nodo della crisi: i lavoratori e le lavoratrici non la vogliono pagare. Si tratta di lotte tutt'altro che disperate dove è chiara la
questione centrale: "vogliamo lavoro e non assistenza" è la frase che mi sento ripetere.
In queste lotte vi sono compagni e compagne di Rifondazione Comunista: stiamo tornando ad essere un partito in grado di stare dentro i movimenti di lotta, di lavorare alla loro costruzione, al loro allargamento.
L'autunno però è appena cominciato: l'attacco all'occupazione è solo agli inizi. Dobbiamo quindi sapere che nelle prossime settimane le lotte aumenteranno e noi dobbiamo essere in grado di migliorare il lavoro politico nella costruzione del movimento. Lavorare per allargare il numero di occupazioni e di presidi, far conoscere le lotte, costruire sul piano territoriale momenti di mobilitazione e di riflessione comune tra i diversi soggetti in lotta, costruire casse di resistenza, momenti di dibattito nei posti di lavoro non interessati dalle lotte. Dobbiamo indirizzare il lavoro politico del partito a tutto questo, per favorire la crescita del conflitto, costruire i comitati unitari contro la crisi con tutti i soggetti disponibili, produrre idee e progetti che individuino sbocchi positivi e realizzabili. In piena collaborazione con tutte le organizzazioni sindacali disponibili a costruire il conflitto, dobbiamo lavorare all'allargamento del movimento.

Il processo di rilancio della rifondazione comunista, di costruzione di una sinistra di alternativa, di opposizione al berlusconismo, riparte da qui.
Per ciò abbiamo bisogno di un partito che funzioni e di una proposta politica all'altezza del livello dello scontro. Domenica, il Comitato Politico nazionale di Rifondazione ha posto le condizioni per questo salto di qualità. Abbiamo deciso con una larga maggioranza - ben oltre l'80% - la gestione unitaria del partito. Si tratta di un fatto importantissimo perché segna una decisa inversione di tendenza rispetto a quanto successo negli ultimi cinque anni di vita del partito: maggioranze sempre più ristrette e grandi risse interne.
Questo cambio di passo proponiamo che venga colto e applicato a tutti i livelli: il partito è di tutti e di tutte; tutti e tutte devono essere chiamati a farlo funzionare. La gestione unitaria deve rappresentare un modo di essere per un partito che fa del pluralismo interno una ricchezza e non una clava per emarginare chi dissente. La gestione unitaria deve rappresentare la strada maestra attraverso cui ricollocare pienamente il partito nel conflitto sociale. Dentro la crisi non serve un partito di commentatori politici che si dilania in feroci e ripetitive discussioni: serve un partito che individua le contraddizioni e vi si colloca fino in fondo. A Chianciano abbiamo detto che occorreva fare una svolta "in basso a sinistra": dobbiamo realizzarla compiutamente.
Domenica abbiamo anche assunto la decisione di costruire la federazione della sinistra di alternativa: una federazione che si ponga l'obiettivo di costruire un polo politico autonomo dal Pd e ad esso strategicamente alternativo, che si ponga in continuità con la storia del movimento operaio italiano, che si costruisca dal basso in un processo partecipativo che metta la parola fine alla sequela di scissioni che ha devastato la storia del nostro partito. Con questa proposta - maturata in un confronto interno a tutto tondo e che deve allargarsi a tutto il corpo del partito - vogliamo rispondere alla domanda di unità che ci viene dalle lotte, nella piena valorizzazione di Rifondazione comunista: la federazione vuole unire la sinistra di alternativa senza chiedere scioglimenti o abiure a nessuno.
Domenica abbiamo infine deciso di rilanciare il processo della rifondazione comunista, dell'elaborazione di una proposta strategica in grado di porre il tema dell'alternativa dentro la crisi del capitale e di rilanciare una lotta strategica contro il bipolarismo e per la proporzionale. Il bipolarismo è il "luogo" dove è nato e cresciuto il berlusconismo e lo strumento attraverso cui la politica si è autonomizzata dai conflitti sociali, determinando così la crisi della politica che conosciamo. Il bipolarismo è la tenaglia con cui hanno provato a distruggere la sinistra di alternativa e i comunisti.
Proponiamo quindi a tutte le forze di opposizione una lotta contro il bipolarismo finalizzata ad una legge elettorale proporzionale. Non vi è alcuno spazio per proporre alla sinistra moderata un accordo per governare insieme l'Italia ma ci sono lo spazio e la necessità di riscrivere le regole istituzionali al fine di garantire il quadro costituzionale e democratico del Paese.
Vi sono quindi tutte le condizioni per rilanciare con forza il nostro progetto politico: gestione unitaria per rilanciare il partito, costruire un movimento di massa nel Paese, costruire dal basso la federazione della sinistra di alternativa, combattere il bipolarismo e il berlusconismo. Buon lavoro.

27 agosto 2009

L'autunno è già cominciato

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

Da due giorni gli operai e le operaie della Lamse di Melfi - a cui va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà - hanno occupato la fabbrica contro i 174 licenziamenti annunciati a inizio agosto. Lunedì i lavoratori e le lavoratrici hanno occupato la sede della Confindustria di Potenza e martedì, mentre stavano occupando la fabbrica, un guardione ha pensato bene di sparare vari colpi e di puntare la pistola contro gli operai. Evidentemente le politiche securitarie, che mettono al centro la proprietà dei ricchi e all'ultimo posto la sicurezza delle persone, hanno fatto scuola e si stanno estendendo dai migranti alle lotte operaie. Alla faccia del pistolero però i lavoratori hanno occupato la fabbrica e questa lotta è finalizzata all'apertura di una trattativa - con la proprietà e con la Fiat - al fine di ottenere il ritiro dei licenziamenti e un futuro occupazionale ai lavoratori. La Lamse infatti è una azienda dell'indotto della Fiat e quest'ultima non può sottrarsi alle sue responsabilità. In questi anni i padroni hanno spezzettato il ciclo produttivo per dividere i lavoratori e aumentare i profitti. Adesso non possono pensare che ci facciamo sfogliare come una margherita: per ogni azienda dell'indotto deve essere chiamata in causa l'azienda capofila che si deve far carico dei problemi occupazionali.
Da settimane abbiamo detto che l'autunno sarebbe stato caldo, banco di prova decisivo per costruire un efficace conflitto sociale contro la crisi capitalistica. Abbiamo detto che bisognava fare come la Innse, che bisognava imparare dai francesi, per costruire il conflitto e renderlo visibile. Adesso ci siamo. E' decisivo che le lotte che partono non vengano lasciate sole, che si costruisca il massimo di visibilità della lotta, di solidarietà attorno ad essa al fine di ottenere una trattativa vera e quindi di determinare una modifica radicale della volontà padronale. In questi giorni il partito lucano ha dato un contributo decisivo alla lotta dei lavoratori della Lamse, ma adesso occorre costruire la mobilitazione del partito - e dei suoi rappresentanti istituzionali - non solo in Basilicata ma anche nelle regioni limitrofe. Occorre partecipare al presidio, occorre inondare di foto e di racconti le redazioni di giornali e televisioni, occorre rompere l'isolamento. Venerdì ci sarà la prima vera trattativa ed è decisivo arrivarci con il movimento ben rafforzato.
Non si scambi questa proposta per una riduzione della politica alla lotta sindacale. La costruzione di una efficace risposta di lotta, fabbrica per fabbrica, è un passaggio decisivo al fine di costruire i Comitati contro la crisi e quindi un movimento politico di massa per l'uscita dalla crisi da sinistra. Il blocco dei licenziamenti, l'estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori e le lavoratrici che perdono il posto di lavoro, la creazione di un salario sociale per i disoccupati, la richiesta di un aumento salariale e pensionistico generalizzato, la lotta alla precarietà, sono i punti principali della costruzione di un movimento di massa che coinvolga lavoratori occupati, cassaintegrati, licenziati, disoccupati. La costruzione di un movimento di massa è l'obiettivo, il suo punto di partenza sono le singole lotte - dalla Lasme ai precari che a Matera hanno occupato il provveditorato - che in questa situazione non hanno un valore aziendale ma generale. Un movimento di massa la cui piattaforma non può che essere l'opposto della frantumazione corporativa proposta dal ministro Sacconi e puntare al rafforzamento del lavoro dentro un a riconversione pubblica ed ambientale dell'economia. L'autunno è cominciato, ricostruiamo nelle lotte con i lavoratori e le lavoratrici l'utilità sociale del nostro partito e il senso e l'orgoglio della nostra militanza comunista.

08 agosto 2009

Apriamo una cassa di resistenza




di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea


Fino a ieri alla sacrosanta lotta dei lavoratori dell’Innse veniva obiettato che non esisteva nessun imprenditore disponibile a proseguire l’attività industriale dell’azienda e che quindi la lotta era priva di sbocchi. Me lo sono sentito ripetere io stesso più e più volte in questi giorni in tutti i colloqui avuti con vari livelli istituzionali.
Ieri un imprenditore serio ha avanzato formalmente una “manifestazione di interesse” che prevede l’acquisto dell’azienda e dei capannoni e il rilancio dell’attività produttiva e dell’occupazione.
L’alibi secondo cui l’Innse è destinata a chiudere per mancanza di imprenditori è quindi caduto. Non esiste più e non può più essere invocato da nessuno.
Per questo abbiamo chiesto e chiediamo al governo e al Prefetto di Milano: 1) di ritirare immediatamente le truppe permettendo così ai compagni di scendere dal carro ponte e ai lavoratori dell’Innse di riprendere il presidio della loro fabbrica; 2) di aprire un tavolo di trattativa che – con i tempi necessari – permetta il passaggio di proprietà al nuovo imprenditore e la conseguente ripresa dell’attività produttiva; 3) nel caso in cui il Genta, attuale proprietario dell’azienda, non volesse addivenire alla cessione della fabbrica, chiediamo al Prefetto di requisirla al fine di permetterne il suo riutilizzo produttivo.
L’iniziativa economica privata, nel nostro Paese, non può essere infatti un dogma assoluto: la nostra Costituzione prevede che essa non si possa svolgere in contrasto con l’utilità sociale.
Le tre cose che chiediamo al governo e al Prefetto non sono la luna, ma il minimo indispensabile per dare una risposta positiva alla lotta dei lavoratori e alla giusta richiesta di una ripresa lavorativa e occupazionale all’Innse. Se questo non dovesse avvenire sarebbe del tutto evidente che il governo e i suoi organi periferici non solo sarebbero responsabili della chiusura e dello smantellamento dell’Innse ma, nei fatti, utilizzerebbero la forza pubblica con il solo fine di tutelare gli interessi privati di uno speculatore legato alla Lega Nord.
E’ quindi possibile che la vicenda dell’Innse si incammini sulla buona strada dopo che il blitz agostano delle forze dell’ordine - che aveva l’effetto di permettere a Genta di fare i suoi porci comodi – aveva rischiato di compromettere la lotta che dura da mesi. E’ bene aver chiaro che il possibile esito positivo è dovuto unicamente alla lotta dei lavoratori dell’Innse e, nello specifico, dall’aver scelto una forma di lotta “alla francese”, che ha attirato l’attenzione dei media e imposto l’interruzione dello smontaggio dello stabilimento.
Mettere sotto chiave un manager o salire su un carro ponte poco importa; il nodo è obbligare la politica ad occuparsi della questione sociale e aprire uno spazio di contrattazione.
Questo vuol dire che attraverso la lotta è possibile modificare la volontà dei padroni: lo hanno sperimentato positivamente i lavoratori dell’Indesit come quelli di Fincantieri che hanno vinto proprio grazie a lunghi mesi di lotta compatta e determinata. I lavoratori dell’Innse ci indicano quindi la strada da seguire per l’autunno, lotta da generalizzare fabbrica per fabbrica, determinata e visibile, obbligando la politica ad occuparsi della questione sociale. Proprio per raggiungere una soluzione positiva e affinché la lotta dell’Innse possa costituire un esempio per tutti i lavoratori e le lavoratrici delle aziende sotto attacco occupazionale, occorre mettere i lavoratori in condizione di poter proseguire la lotta.
Per questo apriamo oggi una cassa di resistenza per sostenere la lotta dei lavoratori dell’Innse a cui invito tutti i compagni e le compagne a contribuire. Nessuno deve restare solo nella crisi, a partire da chi lotta.

Cassa di resistenza lavoratori INNSE
Partito della Rifondazione Comunista
codice Iban IT95G0312703201cc0340000782

11 giugno 2009

Dalla sconfitta rilanciare il conflitto sociale e l’unità della sinistra di alternativa

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

Le elezioni ci consegnano un panorama decisamente spostato a destra. A Livello europeo assistiamo alla vittoria delle forze conservatrici, ad una pericolosa crescita delle forze razziste e al crollo delle socialdemocrazie. Le forze della sinistra europea tengono con alcuni elementi di crescita ma certo non sfondano. Per adesso la crisi quindi lavora a destra, il disagio sociale si esprime principalmente fuori dalla politica – attraverso il non voto – o dentro una logica di guerra tra i poveri egemonizzata dalla destra .

In Italia assistiamo ad una sconfitta del tentativo berlusconiano di sfondamento costituzionale che ha voluto trasformare le elezioni in referendum sulla sua persona. Il plebiscito non c'è stato. La sconfitta dell'estremismo berlusconiano non si traduce però nella sconfitta delle destre che complessivamente non perdono voti. La tenuta delle destre con la vittoria della sua ala razzista e populista si accompagna ad una redistribuzione di voti nell'ambito delle opposizioni: sconfitta secca del PD, raddoppio dell'Italia dei Valori, raddoppio dell'area di sinistra che però non elegge in quanto divisa in tre. Come la Lega capitalizza a destra, Di Pietro capitalizza a sinistra sulla base di un antiberlusconismo tanto urlato quanto inconsistente sui contenuti economici e sociali.

In questo contesto due sono le urgenze su cui lavorare.

In primo luogo la costruzione di una forte opposizione sociale, politica e culturale non solo a Berlusconi ma alla politica del governo, di confindustria, delle banche e – quando serve – al Vaticano. Occorre rompere la pace sociale che si traduce in disperazione individuale ed in impotenza di fronte alla crisi. Di fronte alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro vi è una drammatica assenza di iniziativa politica e sindacale che noi dobbiamo provare a forzare. Occorre ricostruire un sano conflitto sociale per evitare che la crisi continui a produrre unicamente guerre tra i poveri e che la destra estrema continui a rafforzarsi proprio a partire dalla crisi. Su questo è necessario un salto di qualità fortissimo nel lavoro politico del partito che deve essere riorganizzato dalla testa ai piedi nella direzione del lavoro sociale, della costruzione e della generalizzazione del conflitto. Occorre passare decisamente dall'opposizione urlata ma parolaia all'opposizione sociale nel paese, alla mobilitazione contro i contenuti concreti delle politiche governative.

In secondo luogo occorre avviare una iniziativa specificatamente politica sul terreno dell'unità della sinistra. L'unità della sinistra anticapitalista che abbiamo proposto e realizzato solo parzialmente nella consultazione elettorale deve essere rilanciato. Non abbiamo potuto realizzare questo obiettivo nelle elezioni europee perché vi è chi ha preferito il rapporto con gli epigoni di Craxi all'unità della sinistra di alternativa ma non ci dobbiamo dare per vinti. Proponiamo perciò di costruire un polo della sinistra di alternativa, che a partire dal coordinamento delle forze che hanno dato vita alla lista anticapitalista e comunista si ponga l'obiettivo di costruire una rete di relazioni stabili tra tutte le forze politiche, culturali e sociali disponibili a lavorare per l'alternativa. Confronto e lavoro comune tra le forze comuniste e processo di aggregazione della sinistra di alternativa non sono processi alternativi ma due facce della stessa medaglia. Dobbiamo agire con forza questa prospettiva partendo dall'aggregazione a cui abbiamo dato vita alle europee per allargarla. Per costruire un processo di aggregazione della sinistra italiana non subalterna al PD così come abbiamo costruito una sinistra europea non subalterna alle socialdemocrazie.

Non abbiamo raggiunto il risultato che ci prefiggevamo alle europee ma abbiamo rimesso in moto il partito e lo abbiamo ridislocato nell'iniziativa politica. Si tratta ora di valorizzare il lavoro fatto producendo un salto di qualità sia nella costruzione dell'opposizione sociale che nell'iniziativa unitaria a sinistra. Dentro una crisi che stà cambiando tutto è possibile operare per un suo sbocco a sinistra. Questo è il compito dei comunisti oggi.

15 marzo 2009

Un nuovo intervento pubblico in economia

di Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC-SE

Le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro nei primi mesi di quest'anno rappresentano plasticamente la gravità della crisi. Una crisi che non è caduta dal cielo, non è il frutto di qualche cattivo banchiere che ha falsato le regole del gioco; una crisi che è il frutto proprio di quelle politiche liberiste che i capitalisti hanno portato avanti dagli anni '80 e che sono state condivise a livello politico sia dal centro destra che dal centro sinistra. Al centro di queste politiche abbiamo avuto la finanziarizzazione dell'economia e la sistematica compressione dei salari, delle pensioni e dello welfare. Politiche tutte orientate all'esportazione e alla speculazione finanziaria a breve hanno prodotto la situazione attuale: le banche sono piene zeppe di titoli che non valgono nulla e milioni di lavoratori non hanno i soldi per arrivare a fine mese, cioè per comprare le merci e i servizi che producono. Questa crisi è quindi una crisi del meccanismo di accumulazione capitalistico, non solo una crisi economica ma ambientale e alimentare. Da una crisi di questa natura non è possibile uscire senza una radicale messa in discussione della distribuzione del reddito e del potere e senza riprogettare il modello di sviluppo: cosa, come, per chi produrre. Se non si affrontano tali nodi, l'idea che la crisi sia destinata dopo un po' a risolversi "da sola" e che quindi si tratti solo di aspettare, è sbagliata.


Da questo punto di vista è evidente che la politica che sta facendo il governo Berlusconi non è finalizzata all'uscita dalla crisi da piuttosto all'uso della crisi a fini politici.

Berlusconi sta usando la crisi per costruire una organica svolta a destra: presidenzialismo, distruzione del sindacato, attacco ai diritti sociali e civili, aggressione all'ambiente e sua mercificazione, promozione di ideologie razziste, sessiste e clericali come "religione civile" del paese. Le ideologie reazionarie non sono un optional di questa politica: costituiscono il collante ideologico che permette di costruire consenso anche tra chi vede peggiorare la propria condizione. Bossi e il Papa svolgono la funzione deleteria che hanno svolto i nazionalisti e i nazionalismi all'inizio del ‘900. La gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale è l'obiettivo berlusconiano: il clerico fascismo per l'appunto. L'obiettivo della destra non è quindi l'uscita dalla crisi ma l'uso della stessa per costruire un regime reazionario.

Per uscire dalla crisi a sinistra e quindi per sconfiggere il progetto berlusconiano è quindi necessario costruire un movimento di massa per l'alternativa. Senza un progetto alternativo che unisca la difesa degli interessi materiali immediati ai valori civili e la proposta di uno sviluppo alternativo, di una rivoluzione ambientale e sociale dell'economia, non è possibile uscire positivamente dalla crisi.

Per questo dobbiamo far vivere dentro le lotte, a partire da quelle organizzate dalla Cgil e dal sindacalismo di base, la costruzione di una piattaforma di alternativa: pesante redistribuzione del reddito e salario sociale per tutti i disoccupati, intervento pubblico in economia per praticare la riconversione ambientale e sociale della stessa, proposta di un nuovo umanesimo laico che veda nell'autodeterminazione degli uomini e delle donne il punto focale. Per superare la frammentazione sociale e la guerra tra i poveri è decisivo che una piattaforma concreta di riunificazione sociale viva dentro la costruzione delle lotte.

Per questo dobbiamo proporre a livello europeo una radicale messa in discussione dell'Europa di Maastricht, costruita da socialisti e popolari, che ha costituzionalizzato il neoliberismo e il cui monumento è la Banca Centrale Europea, dove un pugno di tecnocrati decidono delle nostre vite senza alcun vincolo democratico e sociale.

La tassazione delle rendite finanziarie, la tobin tax sulle transazioni speculative, la rottura di ogni relazione finanziaria con i paradisi fiscali, la possibilità per i lavoratori di tornare in possesso del loro Tfr abbandonando i Fondi Pensione sono tutti elementi di questo disegno che dobbiamo far valere nelle lotte e nelle elezioni europee.

Il punto centrale di questo progetto è la proposta di un nuovo intervento pubblico in economia. Berlusconi propone un intervento pubblico distruttivo delle relazioni sociali e dell'ambiente: dal via libera alla speculazione edilizia alle centrali nucleari. Noi dobbiamo proporre un intervento pubblico che, a partire dalla nazionalizzazione delle banche e dallo stop ai contributi alle imprese, attivi ricerche e produzioni finalizzate alla soddisfazione dei bisogni sociali e non ai profitti.

Il livello europeo e quello delle lotte sono i terreni decisivi per la richiesta dell'alternativa. Uscire dal chiacchiericcio del bipolarismo tra simili che caratterizza il dibattito politico italiano e far emergere la concreta urgenza dell'alternativa nelle lotte e nella campagna per le europee è il nostro compito.

08 febbraio 2009

Battere l'offensiva clerico-fascista

di Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC-SE

Ieri è stata una grande giornata di mobilitazione contro il governo Berlusconi e l'offensiva clerico fascista che il presidente del consiglio ha aperto. Berlusconi non è rimasto con le mani in mano e ha puntato dritto all'obiettivo dicendo a proposito della Costituzione quello che lui considera l'insulto peggiore e cioè che è sovietica.
Berlusconi ha cioè deciso una offensiva in grande stile, in cui il destino della povera Eluana è evidentemente un puro pretesto. L'obiettivo di Berlusconi è lo sfondamento del quadro di regole in cui vive il nostro paese; questo al fine di poter modificare in modo duraturo i rapporti di forza tra le classi e determinare una uscita da destra dalla crisi. L'offensiva di questi giorni va ad aprire nuovi contenziosi in una situazione che vede già numerosi fronti aperti. Principalmente quattro.
In primo luogo, in sintonia con Confindustria, ha aperto il fronte sindacale, come nel 2002, puntando ad isolare la Cgil e a distruggere il sindacato come espressione autonoma della classe.
In secondo luogo Berlusconi ha aperto il fronte con la Magistratura cercando di metterle la mordacchia, sia sulla riforma della giustizia che sulla vicenda delle intercettazioni.
In terzo luogo il governo ha approvato un decreto sicurezza che radicalizza l'estremismo della Bossi Fini e costruisce sul piano legislativo il migrante come capro espiatorio.
Da ultimo, in sintonia con il Vaticano, ha aperto l'offensiva contro il Presidente della Repubblica, mettendo definitivamente in discussione ogni parvenza di laicità dello Stato e l'equilibrio dei poteri che ci consegna la nostra Costituzione. Nella concezione fascista che caratterizza la cultura di Berlusconi, il potere derivante dal popolo deve essere assoluto, privo di vincoli e di regole: un potere sovrano per l'appunto, come ci ha insegnato il teorico Carl Schmitt, tanto caro ai nazisti.
Il tutto avviene in un contesto di crisi economica pesantissima, destinata a durare a lungo, in cui milioni di persone vedono peggiorare la propria condizione di vita e guardano al futuro con paura.
La mia opinione è che Berlusconi abbia aperto troppi fronti e che le reazioni ad ognuno di questi si possano sommare. Taluni pensano che Berlusconi stia facendo una manovra diversiva, per nascondere i problemi della crisi economica. A me non pare. Sia perché la logica che lo guida è una linea politica compiuta, espressione aggiornata del Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli. Sia perché mi pare possibile nella concreta situazione italiana lavorare a sommare questi fronti, facendo si che le questioni democratiche non nascondano quelle sociali e viceversa.
E' del tutto evidente che il principale vantaggio di cui gode Berlusconi è dato dall'ignavia dell'opposizione parlamentare. Il PD guidato da Veltroni ha nei confronti di Berlusconi un atteggiamento a dir poco schizofrenico: oggi dice che è un fascista ma ieri ci si è accordato per riscrivere le regole del Paese, dalla legge elettorale contro la sinistra alla riscrittura dei regolamenti parlamentari per permettere al governo di operare in modo più spedito. Come se non bastasse, sui contenuti sociali, il PD chiama alla mobilitazione contro il governo ma parallelamente lascia completamente isolata la Cgil, una cosa che non era mai accaduta nell'Italia repubblicana. Da parte sua, Di Pietro agisce il suo populismo giustizialista unicamente per lucrare sulla crisi del PD, ma non costruisce nulla a positivo. E' una forma di estremismo di centro che ci presenta un Berlusconismo rovesciato. Si può affermare con chiarezza che la principale forza di Berlusconi è data dall'inconsistenza dell'opposizione. Va anche registrato che tra le forze della sinistra ex parlamentare il grado di consapevolezza dei problemi non mi pare altissimo se è vero com'è vero che le nostre proposte di costruire un coordinamento delle opposizioni di sinistra è regolarmente caduto nel vuoto.
In questo contesto noi dobbiamo fare due cose. La prima è lavorare a massimizzare il conflitto, la denuncia, l'aggregazione su ogni singolo problema. Dalla questione sociale alla giustizia alla laicità dello stato alla democrazia. Costruire su ognuno di questi terreni il massimo di iniziativa politica, culturale, di mobilitazione, sia nazionale che sui territori. Tutti i fronti vanno agiti cercando il massimo di allargamento dei medesimi, il massimo di coinvolgimento di tutti gli interlocutori disponibili, il massimo di efficacia.
La seconda è costruire una opposizione efficace, che padroneggi i diversi fronti di lotta e proponga una alternativa complessiva, evitando ogni scorciatoia frontista che in nome della difesa della democrazia lasci indietro le altre questioni, a partire dalla questione sociale. Non può essere il PD la spina dorsale di questa opposizione. Oggi per difendere la democrazia occorre difendere i salari e per battere il razzismo occorre bloccare i licenziamenti e generalizzare gli ammortizzatori sociali.
Agire consapevolmente su due livelli evitando cortocircuiti frontisti è la vera sfida che oggi devono ingaggiare i comunisti per sconfiggere il clericalismo fascistoide di Berlusconi.

01 febbraio 2009

Fuori dai palazzi per una politica di massa

di Paolo Ferrero - Segretario Nazionale PRC-SE

Vi sono epoche storiche in cui il tempo sembra scorrere più veloce, in cui si producono cambiamenti repentini, in cui ciò che due mesi prima appariva impossibile viene considerato normale. Vi sono epoche in cui i giorni valgono anni. Io penso che oggi stiamo attraversando una di queste epoche. La crisi che ha investito il sistema capitalistico a livello mondiale è destinata a modificare pesantemente le nostre vite. In Italia questa crisi sarà particolarmente pesante e oggi cominciamo ad averne una qualche consapevolezza.
In Italia più di un milione di persone perderanno il proprio posto di lavoro. Di questi la metà non avranno alcuna forma di sostegno del reddito. Molti stavano pagando il mutuo per la prima casa e la perderanno. La paura per il futuro tende a sostituire l'incertezza e l'insicurezza che già caratterizzavano gli ultimi anni.
La crisi non durerà pochi mesi, ma è destinata a durare a lungo perché non è frutto di un incidente di percorso degli speculatori finanziari ma è il frutto maturo della globalizzazione capitalistica. In questi venti anni è raddoppiato il numero di lavoratori salariati a livello mondiale e parallelamente è sceso il salario relativo. In questi anni ovunque nel mondo e in particolare in Italia sono aumentati i profitti e le rendite ed è diminuita la massa salariale e le pensioni. Questa iniqua distribuzione del reddito è all'origine della crisi: i lavoratori non hanno i soldi per comprare le merci che producono. I padroni non hanno nuovi mercati verso cui indirizzare la produzione eccedente. Da questa crisi non si esce senza un rovesciamento della distribuzione del reddito e senza una radicale messa in discussione delle tipologie di produzione e della stessa mercificazione dei valori d'uso.
Nello stesso tempo, il sistema politico italiano vive una crisi irrisolta. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica non ha dato luogo ad una costruzione stabile, ma piuttosto ad una costruzione fragile. Il ricorso sempre più diffuso al populismo e il continuo scontro tra poteri dello stato ne è un chiaro indizio. Quella italiana, più che una lunga transizione, sembra alludere ad una sorta di crisi della repubblica di Weimar al rallentatore.

Una crisi costituente
Per queste ragioni io penso che ci troviamo di fronte ad una crisi "costituente", ad un punto di passaggio che modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali, delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche. La crisi - questa è la mia tesi - ha una valenza qualitativa simile alla crisi del '29 e - in scala ridotta - alle guerre mondiali. Questa crisi non è un passaggio ma una fucina da cui il materiale che entra viene radicalmente trasformato.
In questa situazione, potenti forze operano per una uscita da destra dalla crisi. Oltre a Confindustria, il governo nel suo impasto di populismo reazionario e politiche economiche antisociali propone nei fatti come sbocco la guerra tra i poveri, o meglio, una gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale. Il Pd non va oltre alcune suggestioni da borghesia illuminata; accetta la riforma della contrattazione e il peggioramento dell'iniqua distribuzione del reddito isolando la Cgil e risponde alla sua crisi strategica - non è in grado di assumere una posizione chiara su nessun tema - forzando il carattere bipartitico della politica italiana e provando a distruggere la sinistra.
Le altre forze politiche presenti certo non sono in grado di rovesciare questa tendenza. Di Pietro ha accumulato consensi agitando l'antiberlusconismo e costruendosi una posizione di rendita sull'ignavia veltroniana, ma non propone alcun elemento progettuale in grado di prefigurare una uscita dalla crisi. Una parte della sinistra di alternativa - tra cui i compagni e le compagne usciti dal Prc - ha piegato il tema dell'alternativa all'interno della gabbia dell'alternanza, condannandosi così all'impotenza.

Il nostro progetto
Il nostro progetto al contrario propone una uscita da sinistra dalla crisi. Visto il carattere delle classi dominanti e delle rappresentanze politiche, proponiamo una uscita in basso a sinistra dalla crisi, perché non è all'orizzonte nulla di simile a quanto si è prodotto negli Stati Uniti con la vittoria di Obama. In altri termini non è alla portata un governo che persegua un New Deal comunque inteso, per cui la costruzione di uscita da sinistra dalla crisi deve necessariamente passare per una costruzione dal basso, in termini di conflitto, di vertenzialità, di progettualità, di costruzione di relazioni sociali solidali ed egualitarie.
Il nostro progetto si può così declinare: ridistribuire reddito, ridistribuire potere, riconvertire l'economia in senso ambientale e sociale attraverso un intervento pubblico forzato dal conflitto sociale. Questo progetto, per potersi realizzare, deve muoversi su più livelli: il conflitto sociale, la battaglia culturale, la pratica mutualistica della solidarietà, la riproposizione sul terreno della politica della prospettiva dell'alternativa.
A tal fine dobbiamo ripensare completamente il modo di essere e di agire del nostro partito. Occorre evitare qualsiasi continuismo e burocratismo interno. Il peggior ostacolo che oggi noi abbiamo è costituito dall'incapacità di capire che la realtà si è rimessa in movimento e nel pensare che si tratta di resistere, di aspettare che "passi la nottata". Noi non siamo impegnati a fare una traversata del deserto in cui si tratta di resistere. Non siamo gli ultimi sopravvissuti di un esercito sconfitto chiamati a far la guardia a cosa resta di un passato glorioso dopo che la guerra è finita. Siamo dentro una guerra di movimento in cui le identità sociali, politiche e culturali che abbiamo ereditato sono messe pesantemente in discussione, disarticolate dalla crisi,a ma anche disponibili al conflitto ed a cercare una via di uscita. Il problema oggi è la capacità di abbandonare completamente un atteggiamento di testimonianza e di propaganda per assumere una linea di massa che sappia interagire con la novità introdotta dalla crisi e su questa costruire le opportune alleanze e convergenze.
Questo, a mio parere, significa fare tre cose. In primo luogo essere costruttori di conflitto. Lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio e il percorso di lotte pensato dalla Cgil così come le lotte che metterà in piedi il sindacalismo di base, non sono fatti sindacali. Sono la principale risorsa di mobilitazione su cui innervare un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi. Dobbiamo lavorare a generalizzare queste lotte e a costruire mille punti di aggregazione, mille vertenze sul territorio. La rivendicazione di estendere gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che perdono il lavoro - qualsiasi sia il lavoro, dai precari, ai dipendenti delle aziende artigiane, a tutta la platea del lavoro subordinato - è, da questo punto di vista, obiettivo centrale della piattaforma.
In secondo luogo essere costruttori di pratiche mutualistiche e di solidarietà, di vertenzialità con gli enti locali, per combattere la solitudine delle persone, dare risposte concrete a problemi concreti e creare legami comunitari solidali. Nessuno deve essere lasciato solo nella crisi.
In terzo luogo dobbiamo dare forma al progetto, dobbiamo trasformarlo in bandiere, slogan, ideali, proposta politica. Dobbiamo demistificare il carattere non naturale della crisi e unire le rivendicazioni materiali con la lotta al razzismo e al sessismo. Dobbiamo unire la richiesta della redistribuzione del reddito con la proposta dell'intervento pubblico per la riconversione ecologica e sociale dell'economia. Dobbiamo cioè avere chiaro che il nostro "essere comunisti" deve essere oggi completamente piegato al nostro "fare i comunisti", cioè al nostro costruire qui ed ora il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Non è poco ma non è impossibile. Soprattutto è indispensabile.

28 gennaio 2009

Caro compagno Morales

La lettera di Paolo Ferrero a Evo Morales, Presidente della Bolivia, per congratularsi della vittoria nel referendum di approvazione della Nuova Costituzione Boliviana.

Caro Compagno Morales,

con grande allegria e speranza voglio inviarTi i miei auguri per la Tua vittoria e quella della maggioranza del popolo boliviano hanno ottenuto nel referendum costituzionale per l’approvazione della Nuova Costituzione Politica dello Stato.

Questa nuova vittoria da animo alle lotte che da secoli i/le boliviani/e realizzano per affermare un nuovo modello de sviluppo, eco-sostenibile, solidario e libertario. E’ una vittoria di tutti/e gli/le sfruttati/e, dei contadini che lottano per liberarsi dal latifondo, dei lavoratori e delle lavoratrici e dei/lle cittadine che non vogliono regalare le risorse naturali, dei milioni di indigeni di tutta l’America Latina e del mondo, di tutti/e quelli/e che aspirano ad un mondo senza ingiustizia sociale, oppressione, guerre e sfruttamento..
Un passo ulteriore verso la “rifondazione della Bolivia” con il principio del “vivir bien”.
Questa vittoria ci da animo per lottare in Italia ed in Europa e riaffermare i diritti dei migranti contro la cosiddetta “direttiva del ritorno” approvata dall’ Unione Europea.
Signor Presidente e caro compagno Evo Morales, sii certo che moltiplicheremo i nostri sforzi affinché i/le nostri/e militanti e i/le cittadini/i in generale possano conoscere il programma di innovazione profonda che si sta realizzando en Bolivia.
La nostra partecipazione al Foro Sociale Mondiale di Belém, sarà un occasione per rafforzare i rapporti con i Tuoi connazionali e con i rappresentanti dei movimenti sociali dell’ Europa e dell’ America Latina.
Ancora una volta Ti ringrazio a nome del nostro Partito e di coloro i quali in Italia lottano per “un altro mondo possibile” e per il socialismo.

Un saluto con affetto e stima,

Paolo Ferrero Segretario Nazionale PRC-SE

27 gennaio 2009

Uguaglianza e libertà: ecco il cuore vitale della rifondazione comunista

di Dino Greco, direttore di Liberazione

«Io, sinceramente, non so chiamarla in altro modo che scissione». Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, definisce così la scelta di Nichi Vendola e degli altri esponenti della minoranza del Prc che da Chianciano hanno definito il loro gesto come un addio, un "partire" verso nuovi lidi e nuove imprese politiche. Una scelta che per il segretario del Prc è frutto di un importante "errore di valutazione" sulle ragioni della sconfitta. E che colloca l'iniziativa degli scissionisti su un terreno di subalternità al moderatismo del Pd, anziché su quello della costruzione democratica di una nuova "utilità sociale della sinistra". Obiettivo rispetto al quale il fallimento delle esperienze di governo e di alternanza dimostra che "non c'è scorciatoia a un cammino non politicista di costruzione di diversi rapporti di forza tra la sinistra di alternativa e il centrosinistra".

Una divisione non può mai essere giudicata in modo positivo. Quali sono a tuo avviso gli elementi che hanno prodotto questa frattura?
Penso che il punto di fondo che ha portato alla scissione riguardi due elementi.
Il primo è la totale incomprensione delle ragioni della sconfitta elettorale. Non si è capito che la Sinistra arcobaleno ha perso innanzitutto perché non era stata in grado di svolgere un ruolo positivo nella vicenda del governo Prodi. Cioè non si è capito che quel percorso che noi pensavamo servisse a costruire l'alternativa si è rivelato una pura alternanza in cui le nostre istanze di cambiamento sono state ignorate. L'alternanza si è mangiata l'alternativa. Questo a mio parere è l'errore politico di fondo a causa del quale questi compagni, anziché pensare di dover ricostruire le ragioni dell'alternativa, come ha fatto il Prc dopo il ‘98, propongono uno sbocco politico di ulteriore riavvicinamento al Pd; sino all'ipotizzare di costruire un partito di cui sia leader D'Alema.

E il secondo elemento?
Riguarda l'abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo. Il Prc ha potuto giocare il proprio ruolo proprio in quanto ha tenuto insieme i due termini: rifondazione e comunista. E attraverso ciò ha prefigurato un'uscita da sinistra dalla crisi del comunismo e ha combattuto l'occhettismo. Mi pare invece che questa scissione si collochi del tutto dentro il filone occhettiano. Ma accanto a questo c'è anche un ulteriore elemento, che attiene alla cultura politica.

E cioè?
Cioè l'incapacità di fare i conti fino in fondo con la democrazia e quindi di accettare la possibilità di essere minoranza. Questo segnala, secondo me, una discrasia enorme tra parole e fatti, perché uno degli elementi della rifondazione comunista su cui abbiamo sempre insistito è proprio la intangibilità del tema della libertà, quindi della democrazia. Credo di poter rilevare questa distanza tra parole e fatti anche nel tipo di polemica rivolta al Prc: la falsità nell'attribuzione delle posizioni e la denigrazione hanno caratterizzato quest'ultimo periodo in modo tragicamente monotono. Evidentemente in questa cultura politica ristagna un pezzo di stalinismo pratico.

Un giudizio aspro. Da segretario del partito, che valutazione complessiva fai della rottura e delle sue conseguenze?
La considero grave e dolorosa. Penso sia contraddittoria, in quanto si fa una scissione in nome dell'unità della sinistra. Eppoi perché, come sempre, quando c'è una scissione il risultato vero è che in primo luogo si rischia di mandare a casa un sacco di persone, di deluderle, demotivarle. La definizione che mi sento di usare è la medesima che usammo nel documento del IV congresso di Rimini, dopo la scissione di Armando Cossutta. Dicemmo: "La scissione si è rivelata inoltre dannosa per l'insieme della sinistra. Nel contesto della crisi della politica, ha introdotto ulteriori elementi di non credibilità dell'insieme della sinistra, della sua capacità di confronto, di determinare aggregazioni, risposte unitarie, intese. Ancora una volta affiora invece la tendenza alla separazione nell'insieme della sinistra, alla divisione delle esperienze organizzate, alla prevalenza dell'incomunicabilità, appena appare un dissenso, senza misurare fino in fondo il suo grado di compatibilità con gli obiettivi strategici".

Richiami appunto un'altra rottura del passato. Sembra che la sinistra abbia un'incapacità di superare la dicotomia autonomia-unità e una difficoltà a corrispondere alle istanze unitarie del proprio popolo. Sembra che le sconfitte ingenerino piuttosto sentimenti di rivalsa come in effetti si sono registrati già nel clima congressuale…
Penso che il nostro problema sia di saper coniugare l'esercizio della democrazia nelle scelte interne - cioè il fatto che i congressi devono servire a decidere in modo chiaro la linea politica - e la scelta della gestione unitaria del partito. Non va applicato lo schema per cui chi vince prende tutto. Bisogna invece tenere insieme la scelta dell'indirizzo politico con la tutela della comunità. E' per questo che avevo proposto la gestione unitaria dopo il congresso e la ripropongo oggi. A differenza di quel che facemmo dopo Venezia, quando alle minoranze venne indicata la porta. In questo, secondo me, c'è un passaggio della rifondazione sinora rimosso e che dobbiamo assolutamente praticare. Senza arrenderci.

Proprio a partire dalla valutazione della sconfitta, si pone però anche il tema dell'efficacia politica della sinistra, che tu stesso hai sollevato sin dal congresso.
Penso che oggi il tema fondamentale sia la costruzione di un'efficace opposizione di sinistra. E che questo tema lo si possa affrontare unicamente se si ha la più piena autonomia dal Pd, che sulle questioni principali - penso al federalismo, la riforma della contrattazione, la riforma della giustizia - bene che vada, è incapace di assumere una posizione efficace, mentre nella peggiore delle ipotesi è dannoso. La questione è come si costruisce una sinistra autonoma dal Pd che sappia, come abbiamo fatto a partire dalla manifestazione dell'11 ottobre, entrare in relazione positiva con le mobilitazioni della Cgil e del sindacalismo di base. Importantissimo sarà lo sciopero generale della Fiom e della Funzione pubblica del 13 febbraio. Quindi il tema è quello della costruzione unitaria di un movimento di massa contro il Governo e la Confindustria, come abbiamo fatto dopo Genova. Qui sta il tema politico dell'efficacia. Che non richiede solo autonomia dal Pd, ma comporta la costruzione di un progetto che preveda da un lato la ricostruzione del senso della politica e dall'altro l'uscita da sinistra dalla crisi. Per questo abbiamo proposto e continuiamo a proporre il coordinamento di tutte le forze di sinistra: per ricostruirne l'utilità sociale.

Quindi non escludi a priori rapporti unitari a sinistra?
Certo che no, ma questi non vanno letti in chiave politicista. Ricostruzione del senso della politica, per me vuol dire non essere accecati da una centralità ossessiva delle relazioni istituzionali, ma saper ridislocare la nostra azione nella società, sia nella costruzione del conflitto sia nella costruzione di forme di mutualismo. Quello che abbiamo chiamato il partito sociale. Per quanto riguarda il progetto di uscita da sinistra della crisi, il punto è coniugare la battaglia per la redistribuzione del reddito e del potere con la proposta di un intervento pubblico centrato sulla riconversione ambientale e sociale dell'economia. In questo quadro, visto il ruolo che il razzismo e il sessismo hanno nella costruzione politica del blocco dominante, è evidente che non vi può essere alcuna separazione tra la lotta per la libertà e quella per l'uguaglianza, tra gli interessi materiali e i valori.

Tu dici che l'alternanza si è mangiata l'alternativa. La destra, tuttavia, è riuscita a realizzare nell'alternanza una vera e propria alternativa radicale. Perché le forze progressiste non dovrebbero esserne capaci?
E' vero. In America latina la sinistra usa il terreno elettorale per costruire l'alternativa. Credo che il problema sia dato dai rapporti di forza tra la sinistra moderata e quella radicale. Con i rapporti di forza attuali non c'è nessuna possibilità di poter utilizzare l'alternanza per costruire l'alternativa. Ce lo hanno dimostrato i due governi Prodi. Quindi non c'è scorciatoia a un cammino per costruire diversi rapporti di forza tra noi e il centrosinistra, per rilanciare il progetto della rifondazione comunista.

In che senso rifondazione e in che senso comunista?
La dialettica tra questi due termini è il punto costitutivo del nostro partito. Se ne abbandoni uno la dialettica non esiste più, perché essi si qualificano a vicenda. Il comunismo parla della centralità della trasformazione sociale, dell'anticapitalismo. Rifondazione parla della necessità di imparare dai nostri errori guardando alla storia del comunismo medesimo, proprio per non ripeterli e per abbandonarne gli elementi negativi che in quella storia si sono manifestati, in primo luogo dove si è preso il potere. Ma non solo. Non è un caso che nel congresso abbiamo detto no alla costituente di sinistra e no alla costituente comunista. Perché entrambi questi progetti avrebbero sfigurato, annichilito, il progetto politico della rifondazione.

Detto in sintesi, quale progetto?
Se dovessi definirlo brevemente direi la prevalenza della ricostruzione del tessuto dell'alternativa sulle relazioni politiche, la chiarezza strategica sull'alternatività del nostro progetto rispetto a quello del Pd, l'unità inscindibile tra lotta per la libertà e lotta per l'eguaglianza, l'ingaggio contro lo sfruttamento nelle sue diverse connotazioni (del lavoro, dell'uomo sulla donna, dell'uomo sulla natura…), la centralità della battaglia per la pace. E la consapevolezza della non autosufficienza del Prc. Questo vuol dire non solo lavorare a coordinare la sinistra e l'opposizione, ma che bisogna riconoscere il pari valore delle mille forme di attività e di iniziativa politica dell'associazionismo e dell'autorganizzazione, nonché dei diversi percorsi con cui si può maturare una scelta anticapitalista. E in Italia, per esempio, salta agli occhi quella del volontariato cattolico e di matrice religiosa. Lo ripeto, per me punto di fondo è che non vi sono scorciatoie a questa dialettica tra rifondazione e comunismo.

23 gennaio 2009

Contratti: L'accordo separato lo pagheranno i lavoratori

dichiarazione di Paolo Ferrero - Segretario Nazionale PRC-SE

L’accordo separato sulla contrattazione dirotta ancor più i costi della crisi verso i lavoratori e le loro famiglie, indebolendoli ulteriormente rispetto alle imprese.

La firma dell’accordo quadro avvenuta in serata a palazzo Chigi senza la Cgil rappresenta l’effettivo compimento della linea del governo Berlusconi, che persegue da lungo tempo la divisione dei sindacati. Saranno infatti i lavoratori a trovarsi in condizione di ulteriore debolezza rispetto alla crisi: divisi e sottoposti a ricatti, arbitrarietà, volubilità delle imprese.

Nel giorno in cui il senato dà il primo via libera al federalismo fiscale, l’accordo separato fa da corollario aprendo la strada alla reintroduzione delle gabbie salariali e alle politiche sperequative perseguite dalla destra.

Rifondazione Comunista ringrazia e sostiene la Cgil per non aver firmato un’intesa che determinerà un’ulteriore riduzione dei salari reali, un peggioramento delle condizioni di lavoro, un approfondimento delle disuguaglianze del paese. E s’impegna sin d’ora a organizzare l’opposizione concreta all’accordo nei luoghi di lavoro e in tutto il paese. Si può soltanto augurarsi che tutta l’opposizione faccia sentire unitariamente la propria voce al fianco dei lavoratori e della Cgil, che Pd e Idv si pronuncino chiaramente contro l’accordo e s’impegnino da subito a contrastarlo in modo risoluto e efficace.

Scarica e diffondi il volantino.

20 gennaio 2009

Ferrero su Enìa 22 Gennaio 2009

La fusione Iride-Enìa va verso una trasformazione societaria le cui conseguenze saranno molto rilevanti per i cittadini, i lavoratori delle aziende interessate e per l’ambiente.

I Comuni vedranno fortemente ridotto il loro poteri di indirizzo, programmazione e controllo.
La finalità di questa aggregazione e privatizzazione sarà quella, come si legge nei documenti, di “creare valore per gli azionisti”.

La fusione Iride-Enìa porterà un aumento delle bollette per i cittadini, il peggioramento delle condizioni dei lavoratori e danni all’ambiente per garantire il business agli azionisti.

Per creare valore per gli azionisti, la società farà tutto il possibile per ridurre i costi di gestione, in particolare il costo del lavoro. Quindi si assisterà ad un peggioramento generale delle condizioni dei lavoratori.

E per fare business la società punterà su interventi molto redditizi ma pesanti sul piano ambientale, come la massimizzazione della produzione di energia, di distribuzione di gas, di consumi di acqua e di incenerimento rifiuti per fare business. L’ambiente e le sue risorse saranno intese unicamente come occasione di guadagno.

Noi proponiamo che si faccia un vero e proprio piano industriale e si operi perchè la nuova società orienti tutte le risorse per le energie rinnovabili, il riutilizzo dei materiali post consumo invece di bruciare i rifiuti, per mantenere l'acqua come bene comune. Abbiamo decine di proposte in questo senso per una nuova industria ecocompatibile.

Per ultimo la questione morale : l'esposto alla procura della Repubblica sulla compravendita di azioni da parte del presidente di Enìa o di altri amministratori sta nella linea politica già enunciata da Enrico Berlinguer, la questione morale. Oggi diciamo basta al bipolarismo degli affari.


Per questo avremo la presenza di Paolo Ferrero
Segretario Nazionale del PRC-SE
il 22 gennaio all’hotel Astoria


12 gennaio 2009

Direzione Nazionale PRC 12 Gennaio 2009 - Relazione introduttiva di Paolo Ferrero

Nella direzione di oggi vi proponiamo di sostituire il direttore di Liberazione Piero Sansonetti con Dino Greco, dopo aver sentito la redazione nella giornata di giovedì. Il motivo di questa proposta, che speravo di non dovervi fare, è duplice e gravissimo.

In primo luogo ci troviamo di fronte ad una situazione del giornale, catastrofica dal punto di vista economico e delle vendite. Nel corso del 2008 il giornale perderà circa 3 milioni e mezzo di euro a fronte della previsione fatta nel bilancio preventivo di 900mila euro.

Questa crescita esponenziale del deficit, si accompagna ad un progressiva perdita di copie vendute che richiede un intervento immediato. Dalle 9.945 copie mediamente vendute nel 2004 siamo passati alle 6.834 nel 2008, con un calo ancora più pronunciato negli ultimi mesi, tanto da finire sotto le 6.000 copie giornaliere negli ultimi mesi dell’anno.

In secondo luogo Piero Sansonetti ha indirizzato chiaramente Liberazione sul progetto politico di superare rifondazione comunista, proponendo nel contempo la costruzione di una altra forza politica. In questi mesi, mentre i compagni e le compagne di rifondazione avevano democraticamente deciso di rilanciare rifondazione comunista, abbiamo avuto un giornale che ha proceduto nella direzione opposta.

Il combinato disposto di questi due elementi produce una situazione francamente inaccettabile, in cui Rifondazione spende una barca di quattrini (nel 2008 un terzo del bilancio) per finanziare un giornale che propone quotidianamente il superamento del partito medesimo e del suo progetto politico. Una situazione inaccettabile che ha portato ad uno scollamento tra il giornale e la nostra gente in cui la perdita di copie vendute è l’espressione diretta del fallimento del progetto editoriale che Piero ha portato avanti. Arriviamo ora a questa discussione perché, in tutti questi mesi, ho chiesto a Piero di modificare l’indirizzo del giornale, in modo da renderlo un giornale in grado di recuperare una sintonia con i suoi lettori e quindi copie vendute. Questo non è avvenuto, anzi è accaduto il contrario e credo sia necessario prenderne atto perché se continuiamo su questa strada sarà Rifondazione ad essere distrutta. In primo luogo perché, data la sostanziale censura che subiamo da parte dei grandi mezzi di comunicazione, Liberazione è essenziale per il rilancio di Rifondazione Comunista.

In secondo luogo perché, essendo Liberazione il quotidiano di Rifondazione, al partito vengono imputate le prese di posizione politiche del giornale. Siamo così in una situazione surreale in cui le prese di posizioni politiche di Liberazione - o proposte del tutto estemporanee come ad esempio la scarcerazione di Anna Maria Franzoni - vengono imputate al partito. Oltre al danno la beffa. In terzo luogo perché se continuassimo così sarebbe il partito a finire in bancarotta. Deve essere infatti chiaro a tutti che il finanziamento pubblico ci permette per il 2009 e il 2010 di avere una decina di milioni di euro a diposizione ma che dopo questo calerà drasticamente. Non possiamo permetterci - pena la chiusura del partito - di continuare su questa strada suicida. Questi e non altri sono i motivi del cambio di direzione, al di là delle falsità che sono state diffuse a piene mani in questi giorni.

Il problema non è la libertà e l’autonomia dei giornalisti o del giornale, ma il suo progetto politico. Liberazione , prima di questa direzione, ha interpretato creativamente il progetto della rifondazione comunista, con le inevitabili dialettiche e conflitti con il gruppo dirigente del partito. Non è questo il problema; il giornale per essere utile deve agire in autonomia la propria partecipazione ad un comune progetto politico di cui la segreteria non è il depositario unico ed autentico. Tra segreteria e giornale non vi deve essere un rapporto gerarchico, ma il libero e creativo sviluppo di un comune progetto politico.

Il problema non è l’abbandono dei temi dei diritti civili e della libertà di orientamento sessuale. Abbiamo messo nel nostro statuto che Rifondazione Comunista si batte per il superamento del capitalismo e del patriarcato. Abbiamo voluto compiere questo atto di definizione della nostra identità proprio perché pensiamo che il cammino della rifondazione comunista ci chiede di coniugare la contraddizione capitale lavoro con le altre contraddizioni che si presentano e che non sono in essa racchiuse. Per noi il tema della libertà e il tema dell’eguaglianza sono indissolubilmente legati perché sappiamo bene che l’una senza l’altra sono parole vuote. Personalmente ho fatto l’obiettore di coscienza nel lontano 1980, ben prima che Rifondazione scoprisse la nonviolenza e sempre in quell’anno ho contribuito ad organizzarei lavori del primo seminario su "Fede cristiana e omosessualità" in cui con il compianto Ferruccio Castellano, con Franco Barbero e altri si cominciava a decostruire la teologia reazionaria a base naturalista con cui il Vaticano condannava l’omosessualità come "malattia".

Per quanto mi riguarda l’idea che si possano contrapporre diritti civili e diritti sociali, operai e omosessuali, giustizia e libertà di orientamento sessuale, lotte per l’eguaglianza e lotte per la libertà è semplicemente una follia. Così come la lezione delle donne sulla differenza e sulla necessità di coniugare differenza ed eguaglianza nella comune lotta alle diseguaglianze è un patrimonio comune, coincide con la nostra maturazione di partito e di individui.

Rilanciare Rifondazione Comunista

Il progetto politico su cui ci siamo impegnati a partire dal Congresso è quello del rilancio del progetto della rifondazione Comunista, non altro. Rilancio del progetto della Rifondazione Comunista vuol dire che i due termini si sostengono e si valorizzano a vicenda. La Rifondazione senza comunismo diventa pura innovazione senza principi, una sorta di occhettismo di ritorno. Il Comunismo senza la rifondazione è un concetto muto perché non fa i conti con gli errori e gli orrori del socialismo reale che dobbiamo riconoscere per essere in grado di non ripeterli, per rendere nuovamente credibile la parola comunismo. Per questo mi pare incredibile la polemica sul muro di Berlino. A me pare evidente che la caduta del muro di Berlino sia un fatto positivo e necessario. Positivo e necessario perché attraverso i muri certo non si costruisce il socialismo e perché quel modello sociale era diventato insopportabile per chi ci viveva. Farne discendere che la caduta del muro di Berlino sia il simbolo della ripartenza della trasformazione sociale mi pare una sciocchezza.

Per questo è bene che il muro sia stato distrutto ma è del tutto evidente che la sua caduta non ha aperto - come pensava Occhetto - la strada della libertà e della giustizia, di un mondo migliore. Siamo rimasti - est e ovest, tutti insieme - nello schifo del neoliberismo capitalistico e adesso ne paghiamo i prezzi - tutti insieme - della sua crisi. Recuperare un concetto dialettico di storia, in cui un fatto più essere - dialetticamente - positivo e necessario ma non per questo il simbolo della ripartenza della trasformazione sociale, mi pare un punto decisivo per la prospettiva della rifondazione comunista ma anche - banalmente - della civiltà del nostro dibattito. Un punto di cultura politica che mi ha particolarmente colpito in queste settimane è proprio l’utilizzo della storia di Rifondazione come una clava, per cui ci sarebbero gli eredi di rifondazione e i barbari che hanno avvelenato i pozzi. A me pare che la storia di rifondazione sia una storia contraddittoria e non si possa ridurre a questa caricatura. In particolare non capisco perché la rottura con il primo governo Prodi , che ha portato alla scissione di Cossutta, sia stata in questi anni considerata un atto rifondativo, un atto fondante per rifondazione e adesso, il cambio di linea democraticamente deciso al Congresso, sarebbe un golpe.

Il punto vero è che dentro Rifondazione vi è sempre stata una dialettica tra la "blindatura" dei gruppi dirigenti e democrazia di base. E’ stato così sin dall’inizio. Quando Sergio Garavini venne cacciato da segretario vi fu una polemica feroce tra chi sosteneva l’intangibilità del patto tra i "soci fondatori" e chi sosteneva il diritto a far valere le regole democratiche nel partito. Quando vi fu la rottura con il governo Prodi - ed erano gli anni della diarchia tra Bertinotti e Cossutta - Cossutta sostenne che non si poteva rompere quel patto e ci accusò pesantemente di voler distruggere il partito perché rompevamo l’accordo di vertice e ottenevamo la maggioranza in Cpn ricorrendo ai voti dei compagni della minoranza guidata da Livio Maitan. Adesso, contro la segreteria viene fatta la stessa polemica che Cossutta fece contro Bertinotti. Sono sbigottito. Pensavo infatti che per tutta Rifondazione comunista il terreno della democrazia - una testa un voto - fosse oramai un terreno acquisito, pacifico. Prendo atto invece che è proprio dalla non accettazione delle basilari regole democratiche che nasce la crisi post congressuale.

Al contrario io penso che dobbiamo oggi ribadire che il pieno esercizio della democrazia, unito alla scelta strategica della gestione unitaria del partito, è il terreno su cui si può sviluppare la rifondazione comunista, la nostra scelta di essere liberamente comunisti.

A questo riguardo voglio anche sottolineare che la nostra scelta di rilancio della rifondazione comunista si è contrapposta in congresso alla scelta della costituente della sinistra come alla scelta della costituente comunista. Noi vogliamo rilanciare il processo della rifondazione comunista perché siamo convinti che solo attorno a questo processo si possa costruire l’unità della sinistra e una efficace politica di trasformazione sociale. La radicalizzazione da parte di alcuni compagni e compagne della scelta della costituente di sinistra non ci farà quindi cambiare linea, non ci faremo ingabbiare nella prospettiva della costituente comunista; riproponiamo la pratica e la prospettiva della rifondazione comunista. Nessuno si faccia illusioni: non faremo vincere politicamente il congresso a chi lo ha perso con il voto democratico dei compagni e delle compagne. Non regaleremo a chi vuole fare un altro partito di sinistra uno spazio politico che non esiste e che si vuole costruire distruggendo l’immagine, la realtà e il progetto di Rifondazione. Per questo sono rimasto ferito di fronte ad una campagna stampa di cui Liberazione e alcuni dirigenti della minoranza sono stati protagonisti e che hanno dipinto la sostituzione di Sansonetti come un atto omofobico e stalinista. Non è così e lo dimostreremo.

La nostra proposta

Lo dimostra in primo luogo il direttore che vi proponiamo. Dino Greco è un dirigente sindacale, della sinistra Cgil. Negli anni in cui è stato segretario della Camera del lavoro di Brescia, la più grande Camera del Lavoro d’Italia, non si è limitato ad organizzare la difesa degli interessi materiali di quei lavoratori e lavoratrici. La CdL di Brescia è stata per anni all’avanguardia nell’organizzazione dei migranti, con un ruolo locale e nazionale insostituibile. Proprio da uno sciopero della fame organizzato a Brescia è nata una grande campagna nazionale sui diritti dei migranti. Non solo. La CdL, negli anni in cui è stata diretta da Dino Greco, ha regolarmente partecipato alle manifestazioni pacifiste che richiedevano a Brescia e in Italia la riconversione dell’industria bellica. Non era così facile, a Brescia, dove vi sono lavoratori iscritti contemporaneamente alla Fiom e alla Lega Nord, schierare la Camera del lavoro sul versante degli immigrati e della riconversione dell’industria bellica, ma questo è stato fatto. E voi pensate che adesso Dino Greco sia diventato un’altra persona, che prenderà ordini per telefono dal "segretario padrone"? Dino Greco io penso e spero sarà in grado di fare un giornale aperto e autonomo, punto fondamentale del rilancio del progetto della rifondazione comunista proprio perché interpretato con autonomia e creatività.

Spero in particolare che il giornale saprà interpretare creativamente la nuova fase sociale e politica in cui siamo: la crisi economica, che per dimensioni, intensità e profondità è una vera e propria crisi costituente, che non lascerà nulla come prima, intrecciata con la crisi della politica, con la completa delegittimazione della politica come terreno di realizzazione del bene comune.

Proprio la necessità di avanzare una proposta all’altezza della sfida della crisi ci impedisce qualsiasi semplificazione che separi le questioni della libertà da quelle sociali. Non a caso le destre utilizzano ideologie reazionarie come elementi fondanti la loro proposta politica. Di fronte alla crisi la Lega propone di mandare via gli immigrati, costruendo così una illusoria soluzione costruita sulla guerra tra i poveri. Così come nella crisi di ideali e prospettive il Vaticano ripropone di tornare a valori premoderni e reazionari come il patriarcato. Proprio la crisi ci obbliga ad un inedito intreccio tra difesa degli interessi immediati degli strati più deboli della società a partire dai lavoratori con i valori di libertà, con la costruzione di un universo simbolico alternativo al nichilismo premoderno egemone; quell’universo simbolico che noi chiamiamo comunismo e che vogliamo rifondare.

09 gennaio 2009

Basta con la strage di civili a Gaza. Assurdo continuare l'aggressione. Israele si fermi, Nazioni Unite adottino anche sanzioni.


di Paolo Ferrero - Segretario Nazionale Rifondazione Comunista

Proprio nel giorno in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha trovato un accordo su una risoluzione per chiedere il cessate il fuoco in Palestina, sempre le Nazioni unite hanno denuciato l'ennesima strage di civili compiuta a Gaza da parte dell'esercito israeliano, dove in più di cento civili, ammassati in una casa, sono stati bombardati e uccisi.
L'invasione e la guerra lanciata da Israele a Gaza deve fermarsi e subito. Stiamo assistendo a dei veri e propri crimini di guerra e la situazione umanitaria è ormai al collasso. Di fronte alla decisione di Israele di continuare la guerra , nonostante le centinaia di vittime innocenti, la comunità internazionale deve prevedere anche sanzioni per rendere cogenti le sue richieste. Altrimenti, il rischio è che tutto rimaga sulla carta, come accaduto fino ad oggi.

07 gennaio 2009

Gaza: è necessaria una mobilitazione ampia e unitaria del movimento pacifista

di Paolo Ferrero e Fabio Amato

Gaza: è necessaria una mobilitazione ampia e unitaria del movimento pacifista. Israele fermi subito questo assurdo massacro. un terzo dei morti in raid sono bambini e adolescenti.
La guerra che sta imperversando a Gaza, con il suo carico di dolore e di morti innocenti, deve essere fermata al più presto.
Circa un terzo dei 689 palestinesi uccisi nei 12 giorni di offensiva israeliana a Gaza sono bambini e adolescenti di meno di 16 anni di età. E' necessario, nei prossimi giorni, arrivare a mobilitazioni il più ampie ed unitarie possibili, di sostegno al popolo palestinese, al suo bisogno di unità di fronte alla drammatica escalation in corso. La richiesta di unità è anche uno dei punti della piattaforma delle forze della sinistra palestinese, che ho avuto modo di incontrare nel nostro recente viaggio nei territori occupati.
Il movimento italiano, le forze democratiche e che si battono per una pace giusta, devono raccogliere questo appello, e saper costruire occasioni di mobilitazione in cui tutti coloro i quali condividono l'obiettivo di fermare l'aggressione israeliana a Gaza possano partecipare.

Sarebbe un errore gravissimo se le differenze politiche che attraversano il movimento in Italia impedissero la costruzione di un appuntamento unitario per tutti coloro che vogliono chiedere semplicemente ma nettamente che Israele fermi l'aggressione, la smetta con questo massacro. Non è pensabile che di fronte alla drammaticità della situazione a Gaza si facciano prevalere le ragioni della divisione su quelle – urgenti – della mobilitazione unitaria.

Il nostro Partito è impegnato in tutto il paese a costruire iniziative che vadano in questa direzione, e lavorerà per un appuntamento nazionale che unisca e non divida e invita tutti a muoversi in questa direzione.

30 dicembre 2008

L’appello di Ferrero: Sinistra, mobilitati per la pace in Palestina

di Checchino Antonini

«A Gaza non v’è alcuna “operazione chirurgica”, è solo un massacro - dice Paolo Ferrero, poche ore dopo il ritorno dal suo primo viaggio in Palestina - chiediamo la fine immediata di qualsiasi azione militare e che l’Italia e l’Europa, o l’Onu, non si limitino solo a fare appelli, ma prendano una posizione netta, adottando anche delle sanzioni».

Subito dopo l’atterraggio, per il segretario nazionale di Rifondazione comunista, è stata una giornata incollata al telefono per costruire una mobilitazione «urgente e necessaria». Il suo vuole essere un appello, non una convocazione. «Una proposta di parte nuocerebbe alla costruzione di una iniziativa, la renderebbe più difficile», spiega. L’appello è diretto al tessuto dell’associazionismo, ai sindacati, a tutte le forze della sinistra per ricostruire un grande movimento per la pace, per ripartire da una manifestazione nazionale. «Ma senza alcuna equidistanza - insiste - siamo di fronte ad una azione militare da crimine di guerra, per cui non c’è nessuna giustificazione e dove non c’è nessuna relazione tra missili di Hamas e l’azione messa in campo.


La situazione è più critica di quella che viene raccontata dalle tv italiane. Anzi, la stampa israeliana m’è parsa più pluralista della nostra (e tutti, con la parabola possono vedere al Jazeera) dove nessuno ha dato notizia dell’uccisione di personale delle Nazioni Unite, sette funzionari».

L’offensiva israeliana ha sorpreso Ferrero a Gaza. «La notizia ci ha raggiunto mentre ero a Ramallah, a colloquio con Mustafa Barghouti leader di al mubadera», racconta a Liberazione, poche ore dopo il rientro da un giro che lo ha visto tra Gerusalemme, Betlemme, Tel Aviv, Hebron, «dove ho visto l’apartheid da vicino».

«Dopo l’inizio degli attacchi ho visto sparare dai check point di Ramallah ai ragazzi palestinesi che protestavano e lanciavano pietre». Dopo aver preso parte al culto di fine d’anno nella Chiesa luterana di Betlemme e alla messa di Natale nella Basilica della Natività, il segretario Prc ha incontrato i rappresentanti dei cinque partiti della sinistra palestinese, impegnati nella costruzione di un raggruppamento; ha avuto un colloquio con il presidente dell’Anp Abu Mazen; una serie di incontri bilaterali con i vertici dell’Unione democratica palestinese (Fida), col segretario del partito del popolo, Bassam Saleh e, appunto, con Barghouti. Alla Knesset, il parlamento israeliano, ha parlato con il segretario del partito comunista, poi, una volta a Tel Aviv,con Ran Cohen, del Meretz, unico nella commissione difesa e affari esteri, a votare contro il proseguimento dell’offensiva.

«Ho visto che il processo di pace è bloccato - racconta - Israele costruisce, nei fatti, l’apartheid in cui i palestinesi, senza diritti, sono soggetti a varie forme di arbitrio». Quella che riporta in Italia, dopo un fitto programma fatto anche di contatti con la società civile e visite al Museo della Shoa e alla moschea di Gerusalemme, è l’immmagine di due realtà segregate: «Ci sono i muri, non “il muro”, a fare da cintura per i bantustan palestinesi e gli insediamenti dei coloni, connessi tra loro da strade separate che, a volte, viaggiano parallele, solo che quella per gli israeliani è un’autostrada, l’altra è disseminata di check-point. Quella di “due popoli due stati” non è l’ipotesi di Tel Aviv». E, in questo contesto, l’offensiva su Gaza è «un massacro - dice Ferrero - con centinaia di vittime perpetrato da uno stato occupante. I razzi di Hamas sono solo un pretesto. Le reali motivazioni sono dettate dalla campagna elettorale in corso in Israele e, posto che ci fosse, dalla volontà di rendere impossibile che la nuova amministrazione Usa possa chiedere semplicemente il rispetto dei patti».

Infatti, l’Anp ha abbandonato il tavolo, al disastro umanitario si aggiunge la destabilizzazione dell’area, «il rafforzamento dei due fronti integralisti, quello arabo e quello israeliano». Ecco perché, per Ferrero, la moblitazione è urgente e l’equidistanza non regge: «La guerra rafforza Hamas e chi sostiene il conflitto di civiltà. Come nella guerra del Golfo. E’ la riapertura del fronte che pensavamo chiuso con la sconfitta di Bush».
Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Circolo "Lucio Libertini" Montecchio Emilia
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Economia e Politica